Per spodestare il dollaro tornare al sogno di Keynes

di Riccardo Sorrentino No al dollaro. I paesi del Bric - Brasile, Russia, India, Cina - sono stati chiari: vogliono un sistema valutario internazionale «stabile, prevedibile e diversificato», che tenga conto anche delle loro monete.
Il recente meeting dei Quattro a Ekaterinburg ha fatto in realtà solo un primo passo. Non è stata avanzata, come era stato quasi preannunciato, la proposta di una valuta globale in sostituzione del dollaro. Il tema però non è stato accantonato. Innanzitutto - ricorda Helmut Reisen dell'Ocse sul sito Vox.eu - perché lo yuan è in una posizione simile a quella che aveva il dollaro quando cominciò a insidiare il ruolo globale della indebitata sterlina. Poi perché Pechino lo sa e si sta comportando di conseguenza.
È stato infatti il governatore della Banca del popolo Zhou Xiaochuan a chiedere, ad aprile, la trasformazione della "moneta" del Fondo monetario internazionale, gli Sdr o diritti speciali di prelievo, in una valuta globale. Questo ruolo, ha detto, non può più essere svolto dalla moneta di un singolo paese: «Gli stati che emettono valute di riserva si trovano sempre di fronte al dilemma tra gli obiettivi nazionali di politica monetaria e la domanda di valuta di altri paesi. Le loro autorità monetarie non possono concentrarsi sui loro obiettivi senza tenere conto delle loro responsabilità internazionali, e non possono seguire allo stesso tempo entrambi». La conseguente tentazione, si può aggiungere, è spesso quella di godere del privilegio senza troppi problemi: oggi gli Usa pagano le importazioni con dollari che gli vengono quasi subito restituiti sotto forma di prestiti.
Creare una moneta globale, però, non è facile. A dimostrarlo è lo stesso esempio evocato da Zhou, quello del bancor, la valuta internazionale disegnata nel 1943-44 quando gli alleati costruirono a Bretton Woods l'attuale sistema finanziario. La proposta aveva una firma importante, quella di John Maynard Keynes, rappresentante della Gran Bretagna ed economista attento, nel campo delle relazioni internazionali, alla costruzione di una base economica per la pace. La sua idea fu avversata dal rappresentante Usa, Harry Dexter White, che nascondeva anche un terribile segreto: era una spia dell'Urss.
Keynes immaginava un fondo «prestatore internazionale di ultima istanza», una banca centrale delle banche centrali, costituita dai singoli paesi attraverso conferimento di oro da aumentare nel tempo in parallelo al commercio globale, un impegno molto oneroso. La sua moneta, il bancor, legata all'oro, sarebbe stata usata solo dalle banche centrali nazionali nei rapporti tra loro e avrebbe garantito l'espansione del credito. Ogni paese avrebbe potuto prelevare bancor, a breve termine, in modo automatico, entro limiti generosamente prefissati. I paesi creditori - ieri gli Usa, oggi sarebbe la Cina - sarebbero stati responsabili del riequilibrio del sistema anche attraverso l'apprezzamento della loro valuta (che Pechino respinge).
White disse no. Preferì legare il dollaro all'oro e fissò limiti forti al credito. «Gli Usa avrebbero conferito la maggior parte delle risorse del fondo e il solo modo di far approvare la cosa al Congresso era costruire garanzie su come sarebbero state usate», spiega lo storico James M. Boughton. L'Fmi nacque quindi da un compromesso tra paesi di potere diseguale in una situazione che non prevedeva imminenti riequilibri, come spesso accade nelle relazioni internazionali. Ebbe un ruolo limitato e solo nel 1967 introdusse gli Sdr, un'ombra di quello che sarebbe potuto essere il bancor. Soprattutto, nacque piccolissimo, e già nel 1947 si pose il problema delle sue dimensioni. Oggi, per dargli le funzioni immaginate da Keynes, dovrebbe essere almeno cinque volte più grande, e avrebbe un potere enorme. Chi vorrà davvero darglielo?
riccardo.sorrentino@ilsole24ore.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

21/06/2009