Per salvare il mondo la Cina impari a divertirsi

Martin Wolf

La Cina se l'è cavata bene con la crisi. Lo si è visto molto bene al "Summer Davos" del World economic forum, organizzato a Dalian (nel nord-est della Cina) meno di due settimane fa. La sicurezza cinese era palpabile. Ma anche la preoccupazione. Il gigante ha retto al colpo, ma la sua ripresa è trainata da un'impennata del credito e degli investimenti in beni capitali. Sul lungo termine la Cina dovrà rimettere in equilibrio l'economia, incrementando i consumi. È ora che i cinesi se la spassino un po' di più. Male non può fare.
L'uomo che ha espresso meglio questo miscuglio di fiducia e di incertezza è stato il primo ministro Wen Jiabao, secondo cui «questa crisi finanziaria senza precedenti ha fatto pagare un duro prezzo all'economia cinese. Ma abbiamo saputo raccogliere la sfida e affrontare le difficoltà con piena sicurezza». Contemporaneamente, però, ha ammesso che la «stabilizzazione e la ripresa dell'economia cinese non sono ancora forti, solide ed equilibrate».
I dati che vengono da Pechino indicano che effettivamente è in corso una ripresa forte. Nella prima metà dell'anno, ha fatto notare il premier, il prodotto interno lordo è cresciuto del 7,1%. La maggior parte delle proiezioni ora indica che l'economia cinese crescerà nel 2009 dell'8,3% e nel 2010 del 9,4%. Il colosso asiatico, secondo le previsioni, nel 2010 diventerà la seconda maggiore economia mondiale.
Secondo l'Economist Intelligence Unit, la domanda interna potrebbe espandersi quest'anno addirittura dell'11,5% in termini reali. Un simile incremento è proprio quello che serve. Anche i consumi delle famiglie cinesi, secondo le proiezioni, cresceranno del 9,3%. Ma come al solito la locomotiva sono gli investimenti in beni capitali reali, che secondo le previsioni quest'anno aumenteranno del 14,8%. Se così fosse, vorrebbe dire che negli ultimi 10 anni questo valore è cresciuto costantemente (tranne un anno) più del Pil.
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L'aumento del rapporto investimenti/Pil, che già partiva da un livello alto, non è una forza ma una debolezza, perché prefigura un calo del rendimento del capitale, rischia di creare un'eccedenza di capacità sempre maggiore e inoltre, quando i tassi di crescita alla fine scenderanno, il crollo degli investimenti provocherà un buco gigantesco nella domanda.
La forte dipendenza dagli investimenti non è l'unico rischio all'orizzonte. C'è anche quello dell'impennata del credito e della liquidità. Molti sono convinti che ciò condurrà inevitabilmente a un'altra ondata di crediti inesigibili e bolle destabilizzanti dei prezzi degli asset. È preoccupante anche il balzo in avanti del rapporto fra moneta in senso ampio e Pil, che arriva dopo un lungo periodo di stabilità.
La Cina, a quanto sembra, si è salvata. Ma sta anche salvando il mondo?
Lo sviluppo più incoraggiante è la contrazione del surplus commerciale e del surplus delle partite correnti. Sono calate drasticamente sia le esportazioni che le importazioni, ma le esportazioni di più. Il commercio cinese, però (come qualsiasi altro), è talmente volatile che è difficile poter dire con certezza se si tratta di un punto di svolta. Molto dipenderà dalla natura e dal ritmo della ripresa mondiale. Inoltre, la Cina continuerà ad avere un surplus delle partite correnti molto sostanzioso, e ad accumulare ancora più riserve in valuta estera, nonostante siano già molto più ingenti di quanto servirebbe la Cina per stare tranquilla (a giugno di quest'anno hanno toccato quota 2.132 miliardi di dollari, oltre il 40% del Pil).
È come se il governo degli Stati Uniti detenesse riserve ufficiali per 6mila miliardi di dollari, tutte denominate in valute di altri paesi. Con un'esposizione del genere, è più che normale che il governo cinese sia inquieto. Ma nessuno ha chiesto ai cinesi di fare una cosa del genere. Al contrario, le autorità americane li hanno costantemente (e saggiamente) consigliati di fare il contrario. Avendo commesso quello che a mio parere è un colossale errore, il governo cinese non può aspettarsi che qualcuno lo salvi dalle sue conseguenze.
Una forte rivalutazione della valuta cinese è inevitabile e auspicabile nei prossimi anni. Più a lungo le autorità cinesi faranno resistenza, maggiori saranno le perdite (e i dolorosi interventi di aggiustamento) che dovranno affrontare. Quello che devono fare è tagliare le perdite smettendo di continuare ad accumulare riserve. Come sostengono Morris Goldstein e Nicholas Lardy del Peterson Institute for International Economics (in The Future of China's Exchange Rate Policy, un eccellente studio recentemente pubblicato), le misure necessarie per fare ciò sono anche indispensabili per contribuire a riportare in equilibrio l'economia sul lungo termine.
È importante capire bene le proporzioni della distorsione dell'economia cinese. Nel 2007 i consumi personali rappresentavano appena il 35% del Pil e nel frattempo la Cina investiva l'11% del Pil in attività estere a basso rendimento, attraverso il suo surplus delle partite correnti. Ricordatevi di quanta povertà esiste ancora in Cina. E poi pensate che il trasferimento netto di risorse verso l'estero equivaleva a un terzo dei consumi personali.
È indubbiamente una politica indifendibile. Anche il primo ministro forse è d'accordo. A Dalian, Wen ha osservato che «dobbiamo concentrarci sulla ristrutturazione dell'economia e compiere sforzi maggiori per potenziare il ruolo della domanda interna, in particolare i consumi finali, come stimolatore della crescita». Una rivalutazione del tasso di cambio reale, idealmente attraverso un incremento del tasso di cambio nominale, aiuterebbe. Una distorsione non da poco del sistema attuale è la necessità di tenere bassi i tassi d'interesse per limitare i flussi di capitale in entrata, spostando grandi quantità di reddito dalle famiglie ai profitti delle imprese.
Non è ancora chiaro, ahimé, se i partner della Cina solleveranno la questione del tasso di cambio al vertice del G-20 di Pittsburgh. I cinesi probabilmente sono abbastanza potenti da impedirlo. Ma il presidente Hu Jintao sicuramente si lamenterà del protezionismo americano. Io simpatizzo con lui. Ma simpatizzerei di più se gli interventi valutari di Pechino, abbinati alla sterilizzazione dei loro naturali effetti monetari, non rappresentassero un imponente sussidio alle esportazioni.
Il punto essenziale per la Cina è che, piaccia o non piaccia (e anche al più distratto dei visitatori è perfettamente chiaro che a molti cinesi non piace), la crescita esplosiva del surplus commerciale e del surplus delle partite correnti di metà anni duemila è un evento irripetibile.
Il ribilanciamento a breve termine di quest'anno, mediante una colossale espansione del credito e un'impennata degli investimenti in beni capitali, è un espediente temporaneo. Deve portare a un ribilanciamento dell'economia cinese in direzione dei consumi. È nell'interesse di Pechino. Ed è anche nell'interesse di un'economia mondiale più equilibrata. Se la risposta efficace di quest'anno porterà a questo, allora la crisi avrà prodotto un grosso beneficio sul lungo periodo.
«Una crisi – come amano dire a Washington di questi tempi – è una cosa terribile da sprecare». Forse è un po' rozzo. Ma è vero, e non solo per gli Stati Uniti.
(Traduzione di Fabio Galimberti)
© FINANCIAL TIMES

23/09/2009