Per l'anidride carbonica al via l'operazione-cattura

Una sigla per salvare il mondo dal surriscaldamento. Sperando che funzioni davvero. Ccs sta per Carbon Capture and Storage, un complesso di tecnologie per "sequestrare" e stoccare sotto terra l'anidride carbonica (CO2) prodotta dai combustibili fossili soprattutto nelle centrali termoelettriche e principale causa dell'effetto-serra.
Oggi la Ccs è una promessa, una tecnologia da provare: i suoi costi sono molto alti, per ora quasi astronomici, e quindi è un'operazione rischiosa, troppo se lasciata al mercato. Una centrale a carbone con Ccs potrebbe costare un miliardo di dollari in più rispetto a una normale senza Ccs e richiederebbe circa il 30% dell'energia prodotta. Ma se la tecnologia funziona, può "catturare" l'80-90% della CO2 prodotta evitandone la dispersione nell'atmosfera.
Il tempo stringe. Oggi la produzione mondiale di CO2 è stimata a quasi 28 miliardi di tonnellate all'anno. L'Europa vuole ridurre l'anidride carbonica del 20% entro il 2020 e del 60-80% per il 2050. L'obiettivo a livello mondiale è dimezzarla entro il 2030. Però si prevede che, nel frattempo, la domanda mondiale di energia aumenterà del 50% circa per poi raddoppiare, rispetto ai livelli attuali, entro il 2050. E le principali fonti di energia primaria resteranno proprio i combustibili fossili: petrolio, gas naturale e carbone, che insieme forniranno l'80% dell'energia totale.
Anche la domanda di energia elettrica raddoppierà. Oggi, il 40% del totale mondiale di elettricità proviene da centrali alimentate a carbone, che è più economico del petrolio e del gas, ma è assai più "sporco" e genera anche molta più CO2, circa il doppio rispetto al gas naturale. In Italia il carbone fornisce solo il 15% dell'elettricità, ma la sua quota aumenterà. In Germania è al 50%, come negli Stati Uniti, mentre in India è al 70% e in Australia e Cina all'80%. La Cina è il maggior produttore mondiale e consumatore di carbone e anche il leader delle emissioni di CO2. L'elettricità della Polonia, infine, dipende dal carbone per il 96%.
In futuro, e su tempi ormai neppure troppo lunghi, per dimezzare la CO2 pur generando molta più energia, occorrerà un mix di soluzioni, tra cui una maggiore efficienza energetica, un crescente impiego delle fonti rinnovabili e, se la tecnologia si rivelerà valida, un ricorso su vasta scala alla Ccs. Per ora siamo solo ai primi passi, alla fase degli impianti pilota – in Francia, Gran Bretagna, Germania, in altri paesi Ue, Italia compresa, Stati Uniti, Cina, Giappone e Sud Africa.
La posta in gioco è enorme. Molto semplicemente, la validità pratica (cioè industriale e commerciale) delle tecnologie Ccs realizzerebbe la promessa del "carbone pulito", inseguita per decenni dal mondo dell'energia, e quindi il rilancio del carbone come fonte relativamente abbondante e flessibile (può anche fornire combustibili liquidi e gassosi) che assicura la futura "transizione" energetica al dopo-petrolio. La grande sfida industriale è lo sviluppo di tecnologie Ccs che possano essere applicate a impianti produttivi già esistenti. Ci sono al mondo circa 50mila centrali elettriche a combustibili fossili e solo il "retrofit" di una buona parte di esse consentirebbe rapidi progressi sul fronte del CO2.
A Londra, Ed Miliband, segretario all'Energia e ai mutamenti climatici, ha annunciato in aprile che in futuro saranno autorizzate nuove centrali a carbone solo se avranno un impianto pilota per catturare almeno in parte le emissioni. Mentre Gran Bretagna, Francia e Germania avviano i loro primi impianti, l'Unione europea pensa di realizzare entro il 2015 un programma di 10-12 impianti dimostrativi che, secondo alcune valutazioni, potrebbe costare dai 7 ai 12 miliardi di euro. Il principale centro di competenza per le questioni Ccs è lo «European Technology Platform for Zero Emission Fossil Fuel Power Plants»(Zep), creato dalla Ue come organo consultivo che riunisce esperti del settore energetico, centri di ricerca e Ong. A Bruxelles la Commissione è interessata a partecipare (con 60 milioni di euro) a un progetto dimostrativo Ccs in Cina del costo stimato in 300/500 milioni di euro, ove peraltro è già in funzione un impianto sperimentale a Pechino, un altro entrerà in funzione entro fine anno a Shanghai e altri due sono previsti a Shanxi.
Negli Stati Uniti, l'amministrazione Obama si è detta favorevole, in linea di massima, a investire un miliardo di dollari in un impianto pilota a Mattoon (Illinois) proposto già nel 2003 dalla FutureGen Alliance (un consorzio di produttori di carbone e compagnie elettriche), inizialmente favorito e poi abbandonato dall'amministrazione Bush.
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PER SAPERNE DI PIÙ


Cosa sono il "sequestro" e lo stoccaggio di CO2?
Sono processi con cui l'anidride carbonica generata dalla produzione di energia termo- elettrica o da attività industriali viene intercettata prima di essere immessa nell'atmosfera e convogliata a un sito sotterraneo di conservazione.

Come avviene il sequestro dell'anidride carbonica?
Essendo un processo ancora in parte sperimentale, si stanno valutando diverse tecniche: l'utilizzo in post-combustione di solventi (come la mono ethanol-amina); la combustione in ambiente ricco di ossigeno per consentire una "cattura " facile della CO2; lo stesso procedimento con l'ossigeno sostituito da un ossido metallico; il ricorso a gas di sintesi prodotti con idrocarburi o biomasse che permette di ottenere idrogeno senza emettere CO2.

Quali sono gli attuali costi del "sequestro"?
Si oscilla tra i 50 e i 70 € per tonnellata, livelli ancora chiaramente eccessivi. Ma il calo è costante e l'Ifp (Istituto francese di ricerca) punta a scendere presto (al massimo entro il 2020) a 20 € usando i solventi in post-combustione. La Ue valuta che il "retrofit" delle centrali termiche esistenti nel 2020 costerà tra 600 e 700 mila € per MW installato.

Come si può trasportare l'anidride carbonica?
Già oggi la CO2 si movimenta comunemente via nave o con serbatoi stradali e ferroviari. La via più promettente sono però le pipeline: anche quelle usate per il gas si possono reimpiegare con piccoli adattamenti.

Quali sono i siti più sicuri di stoccaggio?
Finora sono state identificate tre tipologie: i giacimenti esauriti d'idrocarburi, le saline profonde e le vene carbonifere non sfruttate, con particolare riguardo, nel primo caso, per i giacimenti sottomarini, il cui "cuscino" d'acqua accentua la sicurezza. L'Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change) nel 2006 riteneva che un sito scelto e gestito corretamente possa trattenere per mille anni il 99% della CO2 immessa.
P. Mi.
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29/06/2009