Per il made in Italy la rivalutazione cinese è una vera svolta

Ad Arzano, Napoli, hanno stappato lo spumante. «Una manna dal cielo, questo yuan flessibile - esulta Stefano Micillo, esportatore di accessori per pellicceria con base a Suzhou - per noi le cose erano ferme da troppo tempo, questa sì che è una svolta».
Eppure, la sequenza dell'export verso la Cina è una linea che si è impennata di continuo, da quota 1,8 miliardi di euro del 1999 ai 6,3 del 2009; in un decennio il paese si è piazzato al 12esimo posto tra i nostri partner, arrivando ad assorbire il 2,2% dell'export dei distretti.
«Nei primi quattro mesi del 2010 - ricorda Adolfo Urso, vice ministro allo Sviluppo economico con delega al commercio estero - il nostro export è cresciuto del 15%. Certo si devono superare gli ostacoli monetari frapposti da un cambio nettamente sfavorevole e certamente non rispondente alla realtà tra euro e yuan».
«Proprio la debolezza dell'euro - aggiunge Adolfo Urso – unita al rafforzamento dello yuan potrebbe trasformarsi in una miscela esplosiva per le nostre esportazioni che potrebbero crescere nell'anno a livello globale anche del 10% fino alla soglia del 20% proprio in Cina».
L'ottimismo di chi in Cina esporta o in Cina vende made in Italy, tuttavia, è palpabile. Ottimismo non privo di fondamenta, stando al punto di vista di Claudio d'Agostino, partner dello studio Dla Piper a Shanghai: «È scoccata l'ora del retail, gli imprenditori che qui pianificano di vendere con propri negozi saranno sicuramente avvantaggiati».
Tanto per fare un nome, Roberto Carillo, del gruppo Carillo primo operatore import-export in Europa di tessuti per la casa, morde il freno: sta stringendo i tempi sulla creazione di una propria rete di vendita in Cina.
Si capisce, l'aria sta cambiando. «Occhio, però, sarà un po' più dura per chi adesso sta investendo in Cina, o intende farlo» avverte D'Agostino. Frase che a Carmine Biello, amministratore delegato di Merloni progetti non toglie la voglia di continuare sulla strada intrapresa: «Certo – dice – è vero che lo yuan sarà più pesante, però noi proseguiamo con i nostri tre impianti per lo smaltimento di batterie esauste, il primo già realizzato nel centro del paese, nell'area di Wuhan. Anche in Cina hanno capito che devono investire sull'ambiente e noi, in questo campo, siamo in pole position».
«Lo spumante, lo rimetterei in frigo - avverte Romeo Orlandi, vice presidente dell'Osservatorio Asia - non sappiamo ancora come sarà il paniere, se lo yuan si collegherà al dollaro o all'euro. Vedo avvantaggiato il made in Italy medio-basso che ancora presenta dei vantaggi, ma per la fascia alta di mercato sarà interessante capire se la griffe italiana ha investito oppure no in passato. Insomma, chi è già in Cina adesso potrà raccogliere i frutti. L'investimento varrà di più, i prodotti potranno essere venduti a miglior prezzo. I consumatori cinesi saranno avvantaggiati, potranno comprare più made in Italy».
La rivalutazione dello yuan renderà le nostre tradizionali lavorazioni (tessile, calzature, mobili) più competitive, la Cina potrà comprare più macchinari e tecnologie italiane. In sintesi: meno import cinese, più export italiano.
Anche Romeo Orlandi vede in prima linea i produttori di macchinari. E le macchine tessili italiane sono all'Itma di Shanghai, proprio in questi giorni. «Sono d'accordo con Urso e Orlandi - dice Ambrogio Caccia Dominioni, in fiera con i telai della Reggiani -. Devo però dire che con questa astuta manovra il mercato cinese diventa più forte e, soprattutto, la Cina lo dice chiaro e tondo: basta con le speculazioni. Quanto a chi sarà più o meno favorito nelle commesse, la lotta tra cinesi e stranieri sarà dura come sempre, l'abbiamo sperimentato con la nostra Tesmec e le commesse statali con lo State Grid per i lavori sui cavi ad alta tensione».
rita.fatiguso@ilsole24ore.com
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