Pena capitale per sei uiguri in Cina

Vittorio Da Rold
La questione degli scontri interetnici continua a tenere in forte apprensione la dirigenza del partito comunista cinese che, timoroso di vedersi sfuggire di mano il controllo dell'ordine pubblico di un paese immenso, ha deciso di mandare un segnale inequivocabile di fermezza sulle richieste di autonomia o di tutela dei diritti delle minoranze nello Xinjiang. Così ieri sei uiguri sono stati condannati a morte per «omicidio e saccheggio», reati che avrebbero compiuto durante le violenze tra etnie del luglio scorso a Urumqi, nella Cina del nordovest (Turkestan orientale per gli attivisti uiguri). Il tribunale ha emesso anche una sentenza di ergastolo.
Le condanne arrivano dopo quella, anch'essa alla pena capitale, inflitta sabato scorso da un tribunale del sud della Cina ad un uomo di etnia cinese han per il linciaggio di due giovani uiguri avvenuto in giugno nella provincia del Guangdong.
L'incidente del Guangdong, un pretesto che ha fatto divampare il fuoco della rivolta che covava sotto le ceneri, ha innescato le proteste degli uiguri ad Urumqi, poi sfociate in violenze nelle quali sono state uccise, secondo il bilancio ufficiale, 197 persone. Gli uiguri sono una minoranza etnica appartenente a una popolazione turcofona e di religione musulmana originaria della regione autonoma del Xinjiang
La raffica di condanne indica la scelta delle autorità cinesi di usare il pugno di ferro nel cercare di riprendere il controllo di una situazione che, dopo i moti nel Tibet dell'anno scorso e quelli dello Xinjiang di quest'anno, sembra largamente sfuggita di mano. La televisione di stato ha mostrato delle immagini di Urumqi, che appariva deserta e controllata da un massiccio schieramento di forze dell'ordine. Gli imputati, giovanissimi, erano rapati e indossavano la divisa color arancio dei detenuti. Dilxat Raxit, portavoce del Congresso mondiale degli uiguri, ha affermato che il processo è stato «una farsa», che «ha mancato di trasparenza ed è stato ingiusto». Dopo aver affermato di «temere» che gli imputati siano stati torturati, Raxit ha aggiunto: «Non hanno avuto assistenza legale, non hanno alcuna protezione dalla legge».
Secondo la ricostruzione degli esuli uiguri, che Pechino accusa di indipendentismo, le violenze di luglio sono scoppiate dopo che la polizia aveva disperso con la forza una manifestazione di giovani che chiedevano la punizione dei responsabili del linciaggio del Guangdong. La maggioranza delle vittime si sarebbero registrate tra gli han. In seguito gruppi di cinesi hanno dato vita ad azioni di rappresaglia contro la comunità uigura di Urumqi. Gli uiguri, che sono nove milioni, affermano di essere stati «colonizzati» e lasciati ai margini dello sviluppo economico che sarebbe andato ad esclusivo vantaggio degli immigrati cinesi, che oggi rappresentano il 40% dei circa 20 milioni di abitanti del Xinjiang. Pechino ha affermato che il Congresso mondiale degli uiguri e la sua leader rifugiata all'estero Rebiya Kadeer hanno organizzato gli incidenti di luglio, ma non ha mai fornito prove che potessero provare l'accusa.
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13/10/2009