Pechino teme il contagio africano

SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
Fedele al sacro principio della non-ingerenza, la Cina si augura che la Libia ritorni presto alla normalità, ma non condanna il bagno di sangue scatenato da Muammar Gheddafi per difendere il potere.
Non poteva essere diversamente. Per due ragioni. La prima è di politica estera. Negli ultimi dieci anni Pechino ha pazientemente tessuto la tela della sua diplomazia nel mondo emergente muovendo da un assunto cardinale: a casa propria ogni governo è sovrano. Anche quando i sovrani di turno si sono resi protagonisti dei crimini più efferati contro le popolazioni civili.
La seconda ragione è di politica interna. Nonostante l'enorme sforzo prodotto dalla censura di stato per oscurare le rivolte popolari nel mondo arabo (in particolare quella egiziana), la "rivoluzione dei gelsomini" ha contagiato la Cina. Per ora assai lievemente, come dimostra il totale fallimento della giornata di protesta anti-regime convocata domenica scorsa in una decina di città.
Ma il fatto stesso che qualcuno sia riuscito ad aggirare le maglie della censura e a esortare via internet la gente a scendere in piazza rappresenta una seria preoccupazione per il governo cinese. Che ha subito inviato un messaggio forte e chiaro ai registi delle manifestazioni: la Cina non è la Tunisia, l'Egitto o la Libia e, quindi, qualsiasi forma di dissenso sarà stroncata sul nascere.
E ieri, secondo quanto riporta il Financial Times, il regime avrebbe colpito duramente la protesta nascente arrestando almeno cento attivisti tra i quali Teng Biao, avvocato intervistato la scorsa settimana dallo stesso quotidiano inglese.
Insomma, il profumo rivoluzionario dei gelsomini mediorientali spaventa la classe dirigente cinese. Anzi, la terrorizza proprio.
Da quando la Quarta Generazione di comunisti salì al potere, otto anni fa esatti, la Cina è cambiata radicalmente. Decine di milioni di persone si sono affrancate dalla povertà e il paese è diventato più ricco, sviluppato e prosperoso. Ma il miracolo economico ha creato anche enormi disuguaglianze, ricreando in chiave moderna le vecchie classi abiurate e cancellate dal maoismo.
Il risultato è che oggi la Cina esprime la società più ingiusta e ineguale del pianeta. La nomenklatura è perfettamente consapevole di questo squilibrio e sa che questo è il punto critico del suo sistema di potere: in fondo, la Cina è uno dei pochi paesi al mondo dove l'alternanza delle elite governanti è stata sempre dettata da violenti sconvolgimenti popolari; e non si vede perché il futuro dovrebbe fare delle eccezioni alla regola storica.
Per questo motivo, la classe dirigente reagisce in modo paranoico contro qualsiasi manifestazione di dissenso: la censura totale sui mezzi d'informazione domestici e internazionali operata lo scorso dicembre in occasione della consegna a Oslo del Nobel per la Pace al dissidente Liu Xiaobo è emblematica di questo approccio ultra-liberticida contro qualsiasi rischio, anche il più remoto, di destabilizzazione.
Ieri, per la prima volta dall'annuncio della vittoria del Nobel, la moglie di Liu Xiaobo, è riuscita a comunicare con un amico: «Non posso uscire, io e la mia famiglia siamo ostaggi», ha detto Liu Xia collegata in chat.
Grazie a internet e a twitter, la voce della protesta corre veloce da un capo all'altro del mondo. Ecco perché in queste ore la «gestione della società e la prevenzione di qualsiasi forma di protesta» assumono per Pechino un carattere prioritario, ha ammonito il responsabile della Sicurezza Nazionale, Zhou Yongkang.
«Il popolo cinese non vuole rivoluzioni», titolava lunedì il quotidiano in lingua inglese del Partito Comunista, Global Times. Verissimo. Anche sotto il profilo della crescita economica, degli standard di vita e delle prospettive di sviluppo, la Cina non è la Tunisia, l'Egitto o la Libia. Per questa ragione, oggi la grande maggioranza dei cinesi ha fiducia nel governo e non desidera sovvertimenti dell'attuale quadro politico.
Ma è altrettanto vero che, oggi più che mai, l'aumento dei prezzi del cibo, la disoccupazione giovanile, l'urbanizzazione selvaggia, sono fattori di rischio che Pechino non può permettersi di sottovalutare.
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23/02/2011