Pechino raddoppia in Europa

L'industria europea, stretta tra crisi del debito pubblico e stagnazione, è diventata la preda preferita dei capitali cinesi. Nel 2011 le acquisizioni nei Paesi del Vecchio continente sono più che raddoppiate, raggiungendo quota 10,4 miliardi di dollari dai 4,1 del 2010, quando erano già raddoppiati rispetto al 2009.
Un flusso di risorse che supera per la prima volta quello verso il Nord America, al contrario quasi dimezzato. L'Europa, secondo i dati A Capital - un fondo di private equity con base in Cina e a Parigi - rappresenta ormai il 34% di tutte le operazioni di merger and acquisition all'estero condotte da società cinesi.
L'accresciuto appetito per l'industria europea è solo l'ultimo capitolo dell'avanzata economica e commerciale della Cina, iniziata con i fiumi di dollari riversati in Sudamerica, Africa e Australia, a caccia delle riserve naturali ed energetiche necessarie a sostenere la crescita della sua economia.
Dopo l'abbuffata di accordi nei settori del petrolio, gas, ferro, rame e altri minerali strategici, ora, i gruppi cinesi guardano sempre più alla proiezione all'estero come a un modo per tutelare i propri margini dalla pressione del costo del lavoro domestico, che tende a crescere sempre più rapidamente.
Legato alla dinamica salariale, c'è un altro che fattore che spinge le imprese a far shopping all'estero. Con lo sviluppo della classe media e l'emergere di una domanda per standard di vita più elevati, Pechino deve passare da un sistema industriale di base, concentrato sul manifatturiero e le infrastrutture, a uno più sofisticato e simile a quello occidentale.
E ha scoperto che per farlo non ha bisogno di dedicare decenni a svilupparne uno suo, ma può scalare la catena del valore aggiunto e assicurarsi marchi, tecnologia e know how, semplicemente comprando gruppi americani o europei, come la svedese Saab. Magari approfittando delle cattive condizioni economiche e finanziare della preda di turno (come appunto è stato il caso della casa automobilistica scandinava, rilevata per 140 milioni di dollari, e in una certa misura dell'italiana Ferretti, il gruppo degli yacht di lusso).
Nel 2010 le acquisizioni nei settori tradizionali delle risorse naturali ammontavano al 61% del totale, quota scesa al 51% l'anno successivo, lasciando spazio a operazioni su gruppi manifatturieri e della chimica, come l'acquisizione della norvegese Elkem, che produce componenti al silicio per celle a energia solare, da parte di China national bluestar group, per 2,3 miliardi di dollari (1,8 miliardi di euro).
Nella gran parte dei casi, queste operazioni vengono realizzate attraverso società finanziate e controllate dallo Stato, se non direttamente dal fondo sovrano China investment corp, che a novembre del 2011 ha rilevato il 30% di una diviisone di Gaz de France per 3,2 miliardi di dollari.
Gli investimenti effettuati dalle compagnie di proprietà pubblica rappresentano infatti il 72% del totale (seppure in discesa dall'82% del 2010). Inoltre, come rileva la China economic and security review commission statunitense, è molto difficile distinguere una società pubblica cinese da una davvero privata, dato che lo Stato e il Partito hanno molti modi per controllare i gruppi economici, che non passano necessariamente per la proprietà del capitale, ma, ad esempio, dalla nomina dei consigli di amministrazione e dei manager. Un elemento, questo, che a Washington proprio non piace e che dovrebbe far riflettere Bruxelles, visto che pezzi strategici dell'industria rischiano di finire controllate, in maniera indiretta, dal Governo cinese.
In tutto, gli investimenti diretti cinesi all'estero sono stati pari a 68 miliardi di dollari nel 2011 (per il 44% si tratta di merger & acquisition, per il resto di imprese messe in piedi dal nulla), in leggera flessione rispetto ai 68,8 del 2010, con operazioni che hanno coinvolto 3.391 aziende in 132 Paesi e regioni del mondo.
In termini di risorse, si tratta ancora di una frazione rispetto alle dimensioni dell'economia cinese, rappresentando solo il 5,3% del Pil, contro il 27,7% della media dei Paesi sviluppati (dati Ocse). Ma la crescita, come per tutto quello che riguarda la Cina, è rapida: nel 2001 erano solo al 2,6% del Pil.
g.didonfrancesco@ilsole24ore.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA


NOI E GLI ALTRI

Shopping cinese


FRANCIA
2.300 milioni
Il 1° novembre del 2011 il fondo sovrano China investment corp ha rilevato per 2,3 miliardi di euro (3,2 miliardi di dollari) il 30% della divisione esplorazioni e produzione di Gaz de France Suez, il più grande importatore di metano e gas liquefatto in Europa. L'operazione rientra nelle dismissioni pianificate da Gdf per ripianare i propri debiti

NORVEGIA
1.811 milioni
L'11 gennaio il conglomerato norvegese Orkla ha ceduto la Elkem (componenti al silicio per l'energia solare) alla China national Bluestar per 2,4 miliardi di dollari. La Elkem produce quasi la metà dei compnenti al silicio usati in elettronica nel mondo. Anche Orkla, come altri gruppi europei, stava cedendo attività per ridurre il proprio debito e garantirsi liquidità

ITALIA
374 milioni
Il 10 gennaio l'annuncio dell'acquisizione della Ferretti da parte del gruppo cinese Shandon Heavy Industries. Un'operazione da 374 milioni di euro che consegna alla conglomerata Shig il 75% della la storica casa romagnola di imbarcazioni di lusso. Un salvataggio dai 600 milioni di debiti che rischiavano di soffocare Ferretti

03/03/2012