Pechino pronta all'alleanza con Taipei

Per anni sono state protagoniste di un aspro contenzioso, spesso sul punto di degenerare in conflitto militare aperto. Poi, dal maggio 2008, con l'elezione a capo dello Stato di Ma Ying-jeou, è nato un sorprendente idillio, a conferma della forza di un rapporto cresciuto comunque con costanza sotto traccia, fondato su una complementarietà economica che le difficoltà politiche non erano riuscite a ostacolare.
Parliamo del curioso legame stabilito da Taiwan con la sua "madrepatria", la Cina popolare: ognuna delle due parti si ritiene unica depositaria della titolarità della denominazione "Cina", ognuna briga per sottrarre all'altra il riconoscimento politico degli altri stati sovrani e l'appartenenza esclusiva ai principali enti internazionali, nessuna (tranne che per un certo periodo, all'inizio dello scorso decennio) concepisce l'idea che possano esistere "due Cine" indipendenti.
Eppure, con tipico pragmatismo confuciano, hanno costruito rapporti economici di complessità e spessore sorprendenti per due entità formalmente ostili: ben 110 miliardi di dollari il valore dell'interscambio raggiunto lo scorso anno e oltre 150 miliardi gli investimenti diretti di Taiwan sul continente. Cui la Cina ha replicato con circa 20 miliardi d'investimenti sull'isola, gran parte dei quali effettuati nell'ultimo triennio, a conferma del positivo sblocco recato dalla politica.
A questo quadro improntato all'ottimismo si aggiunge la concreta possibilità che nel giugno prossimo sia concluso un "accordo-quadro di cooperazione economica" (Ecfa) bilaterale, i cui negoziati sono in corso da oltre un anno. L'accordo (che peraltro incontra una certa opposizione a livello popolare) era infatti quasi pronto per la firma già nel dicembre scorso, ma «le divergenze emerse tra le due parti su come abbattere la doppia tassazione l'hanno impedito», ricordava in quei giorni Zheng Lizhong, vicepresidente dell'Arats (Association for Relations Across the Taiwan Strait).
Il presidente Ma Ying-jeou preme per una rapida firma convinto che la sua posizione "filo-cinese" ne uscirebbe rafforzata se si riuscisse a dimostrare anche de jure che con la "Cina rossa" si possono concludere affari vantaggiosi anche per un paese come Taiwan, votato al libero scambio, all'economia di mercato e fedele alleato dell'Occidente.
I timori sono però diffusi per le possibili conseguenze economiche a breve. Quando infatti il trattato dovesse entrare in vigore, Taiwan dovrebbe affrontare un'invasione di merci a prezzi stracciati, soprattutto di tessili ed elettrodomestici di fascia bassa, che potrebbe essere contrastata dalle autorità economiche locali solo ricorrendo a meticolosi controlli basati sulla qualità o a espedienti tariffari che snaturerebbero la portata e lo spirito del trattato. Con contraccolpi sicuramente negativi per i successivi, logici ampliamenti del trattato che ne dovrebbero seguire.
Altro fattore sfavorevole è costituito dal timore che l'intesa con la Cina per Taipei si trasformi in un ostacolo alla conclusione di altre intese commerciali: sono infatti in fase di negoziazione accordi di libero scambio con Giappone, Singapore e Stati Uniti. Pechino avrebbe comunicato un ufficioso "nulla osta" in materia, ma c'è chi giustamente ritiene a Taipeh che, se anche ciò fosse vero, creerebbe comunque un "diritto di veto" di fatto intollerabile per un paese sovrano.
Ma è anche vero che l'Ecfa costituisce un'opportunità, oltre che una sfida. Oltre a offrire un utile freno agli aumenti di prezzi dei generi che prevedibilmente dilagheranno nell'isola, l'intesa prefigura la creazione di un blocco economico-commerciale, tra Cina e Taiwan, ancor più temibile dell'attuale. Che, se saldato all'Asean e allargato a Giappone e Corea del Sud, si trasfomerebbe in quel bastione pressochè inespugnabile di 4 miliardi di consumatori che l'Occidente paventa.
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19/04/2010