Pechino pronta a sganciare lo yuan

Luca Vinciguerra
SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
Se gli allibratori potessero raccogliere scommesse sulla rivalutazione prossima ventura dello yuan, sarebbero certamente sommersi dalle puntate. Ma i vincitori incasserebbero un pugno di mosche.
Con l'aria che tira a Pechino dopo la decisione degli Stati Uniti di rinviare a data da destinarsi il rapporto che potrebbe accusare apertamente la Cina di manipolare la propria moneta a scopi protezionistici, lo sganciamento del renminbi dal peg con il dollaro sembra ormai solo una questione di tempo. Un tempo, probabilmente, neppure tanto lungo.
Le conferme vengono da varie parti. Vengono dai mercati, dove ieri lo yuan ha raggiunto la quotazione più alta degli ultimi dieci mesi sul biglietto verde Usa, mentre i contratti a termine sullo yuan, i cosiddetti non-deliverable forward (Ndf), continuano a lievitare e oggi incorporano una rivalutazione a dodici mesi del renminbi sul dollaro del 3 per cento.
Vengono dalla diplomazia, il terreno su cui Pechino e Washington stanno cercando di evitare una crociata protezionistica rischiosa per entrambe le superpotenze: proprio oggi il segretario al Tesoro americano, Timothy Geithner, incontrerà a Pechino il vicepremier cinese, Wang Qishan, per discutere le molte controversie economico-commerciali aperte tra i due paesi.
E vengono dalle stanze del potere cinesi, dentro le quali lo scontro tra i mercantilisti del ministero del Commercio che sostengono a oltranza l'ancoraggio del renminbi al dollaro per sostenere le esportazioni del made in China, e i monetaristi ortodossi della People's Bank of China favorevoli all'abbandono del peg, sembra proprio che si stia risolvendo a favore di questi ultimi.
Non è un caso che ieri la Commissione nazionale per lo sviluppo e le riforme (il superministero dell'economia cinese), dopo aver ribadito la sua ferma intenzione di assicurare stabilità allo yuan, abbia annunciato che monitorerà il tasso di cambio per minimizzare i rischi per gli esportatori cinesi.
Esportatori che, comunque, stanno già giocando d'anticipo sulla sempre più probabile rivalutazione dello yuan. «Da settimane - racconta un imprenditore tessile - scarseggia la materia prima. Si fa fatica a reperire lana, cotone, piuma d'oca e così i prezzi salgono vertiginosamente. È chiaro che non è un problema di carenza reale, anche perché gli ordini dall'estero restano piuttosto depressi, quanto il desiderio dei fornitori di siglare i contratti con uno yuan più alto».
In mezzo a tante certezze, però, resta un mistero: come e di quanto Pechino rivaluterà il renminbi? Le ipotesi a riguardo si sprecano. C'è chi esclude tassativamente un apprezzamento secco, come il +2,1% varato nel luglio 2005 quando la Cina sganciò la sua moneta dal peg decennale con il dollaro. C'è chi, invece, ritiene che il ritocco iniziale ci sarà, ma di dimensioni modeste. C'è chi è convinto che la banda di oscillazione dello yuan sulla parità centrale quotidiana sarà ampliata rispetto a quella in vigore fino all'estate 2008. E c'è chi sostiene che Pechino approfitterà dell'occasione per aumentare il peso relativo del misterioso paniere valutario lanciato cinque anni fa, smarcando così un po' il renminbi dall'andamento del dollaro.
Intanto, alla certezza sull'imminente rivalutazione dello yuan si aggiunge un'altra certezza: la politica monetaria espansiva varata dalla Cina nell'autunno 2008 per contrastare la crisi economica volge al termine. Insomma, anche l'aumento dei tassi d'interesse è solo una questione di tempo. Così facendo, Pechino intende raffreddare preventivamente un'economia che inizia a mostrare preoccupanti segnali di surriscaldamento: inflazione, eccesso d'investimenti, bolle speculative.
Un segnale chiaro in questo senso arriverà oggi. Per la prima volta dopo ventidue mesi, la People's Bank of China lancerà un'emissione di titoli pubblici a 3 anni del valore di 15 miliardi di yuan. Secondo le indiscrezioni raccolte tra alcuni primary dealer cinesi, i rendimenti offerti all'asta dei nuovi bond a scadenza lunga dovrebbero aggirarsi intorno al 2,7% contro l'1,9% spuntato dalle recenti emissioni di titoli a un anno.
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08/04/2010