Pechino prevede una frenata dell'export

SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
La Cina lancia un segnale d'allarme sulle prospettive delle sue esportazioni, mettendo così le mani avanti sulla futura rivalutazione dello yuan. «Il quadro del commercio estero è ancora fosco e incerto», ha ammonito ieri Pechino. «La recente crisi debitoria ha spinto molti paesi dell'Unione europea a varare politiche di austerità, che finiranno inevitabilmente per riflettersi sul livello dei consumi e degli investimenti», ha spiegato un portavoce del ministero del Commercio cinese.
Ma anche India e Brasile hanno iniziato a irrigidire le loro politiche monetarie. «Lo spazio per un'ulteriore crescita delle nostre esportazioni è molto limitato», ha aggiunto il ministero del Commercio. Che per tutta risposta alla crisi potenziale che pende sulla testa del made in China ha annunciato che il governo continuerà a sostenere l'industria manifatturiera export oriented con tutti i mezzi a sua disposizione, compresi gli incentivi fiscali.
A giugno le esportazioni della Cina sono ammontate a 137 miliardi di dollari, in crescita del 44% rispetto allo stesso periodo del 2009. Il boom dell'export ha consentito a Pechino d'incamerare un surplus commerciale di 20 miliardi di dollari, il più elevato degli ultimi nove mesi. Ma, avverte la nomenklatura, la congiuntura internazionale resta fragile. «La crescita delle esportazioni cinesi rallenterà sensibilmente, specialmente nell'ultimo trimestre del 2010 quando il tasso di sviluppo potrebbe anche contrarsi a una sola cifra», avverte Wang Jun, economista del China center for international economic exchange. «Nella seconda parte dell'anno, il ritmo d'espansione delle nostre esportazioni si attesterà al 16,3%, abbassando la crescita complessiva annuale al 24,5%», gli fa eco un altro think tank governativo.
L'allarme del governo è indirizzato ai partner commerciali della Cina, che attendono un graduale apprezzamento dello yuan. Un mese fa, con una mossa a sorpresa alla vigilia del vertice del G-20 di Toronto, la Cina ha deciso di sganciare la moneta dal dollaro al quale era legata dall'estate 2008, ripristinando l'oscillazione quotidiana dello yuan in una banda compresa tra +0,5 e -0,5 per cento.
Ma l'operazione finora non ha prodotto grandi risultati: dal 21 giugno a oggi il renminbi si è apprezzato meno dell'1% nei confronti del biglietto verde americano. Un'inezia di fronte alle grandi aspettative di rivalutazione accumulate negli ultimi mesi dai partner commerciali di Pechino. Negli Usa il movimento trasversale all'interno del Congresso che accusa la Cina di protezionismo valutario è già pronto a chiedere misure punitive contro il made in China.
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21/07/2010