Pechino, non solo sport

Luca Vinciguerra
PECHINO. Dal nostro inviato
Diritti umani, aria inquinata, censura su internet, dissidenti incarcerati senza processo. Al di là delle condizioni meteorologiche che non promettono nulla di buono (ma c'era da aspettarselo), a Pechino in questi giorni si respira un clima pesante.
Mentre l'orologio del conto alla rovescia in Piazza Tiananmen batte gli ultimi rintocchi, l'atmosfera che circonda la capitale cinese non è certo quella allegra, febbrile e gioiosa tipica della vigilia dei grandi appuntamenti sportivi che uniscono i popoli e fanno sognare imprese da record.
A una manciata di giorni dal fischio d'inizio delle Olimpiadi 2008, la Cina è un paese in preda a mille ossessioni. È ossessionata dalle misure di sicurezza. È ossessionata di mostrare al mondo la sua potenza politica, economica e tecnologica. È ossessionata dall'idea di fare il pieno di vittorie, e scavalcare così per la prima volta nella storia gli Stati Uniti nel medagliere olimpico.
La paura di perdere (le gare, il confronto tra superpotenze e la faccia) ha scatenato all'interno della nomenklatura una sorta di "ansia da prestazione". Un'ansia che, proprio negli ultimi giorni, ha avvelenato il clima umano, sportivo e psicologico che circonda i Giochi, almeno tanto quanto quello meteorologico che soffoca la capitale cinese in una cappa di polveri sottili.
Ogni Olimpiade è diversa dall'altra. La 39esima edizione che inizierà venerdì prossimo è caratterizzata da qualcosa di inedito: prima di Pechino 2008, non era mai accaduto che l'opinione pubblica mondiale concentrasse la propria attenzione su un'Olimpiade più per valutare il comportamento del Paese organizzatore, che per vedere cosa faranno gli atleti sul campo.
A giudicare dalla tam tam mediatico della vigilia, sembra quasi che alla gente non interessi tanto assistere alle gesta dei campioni a caccia di record, quanto vedere come la Cina gestirà due settimane che s'annunciano assai più difficili rispetto alle previsioni della nomenklatura.
Le difficoltà derivano in parte da una congiuntura difficile. Al di là della cabala (l'8 per i cinesi è il numero fortunato), l'ideale per Pechino sarebbe stato che l'Olimpiade si disputasse nel 2006, quando il Paese era ai massimi sotto tutti i punti di vista: economia, stabilità interna, gradimento internazionale.
Non c'è dubbio, infatti, che per il Dragone il 2008 si sia rivelato finora l'anno peggiore dell'ultimo decennio. In sette mesi, sulla testa di Pechino sono cadute diverse tegole, una più dolorosa dell'altra. Da dentro e da fuori il paese. Il grande gelo di gennaio, la rivolta del Tibet, il terremoto del Sichuan, l'inflazione galoppante, le proteste di piazza, il crollo della Borsa, la crisi finanziaria internazionale, la recessione americana.
Ma le difficoltà dell'ultima ora, con cui Pechino si trova improvvisamente a fare i conti, sono anche il frutto della politica ottusa e arrogante del regime. Un regime che, anziché adottare un atteggiamento conciliante sui numerosi dossier scomodi che tiene nascosti da anni nel cassetto, ha deciso di andare allo scontro aperto con l'opinione pubblica internazionale.
Sul fronte dei diritti umani, negli ultimi giorni la Cina è stata protagonista di una serie di gesti tanto clamorosi quanti sconcertanti che l'hanno catapultata di prepotenza sulla gogna mediatica. C'era davvero bisogno di condannare ai lavori forzati l'insegnante del Sichuan che aveva denunciato le debolezze strutturali delle scuole sbriciolatesi durante il terremoto? O di fissare per il 4 agosto il processo di una nota dissidente rimasta semi-inferma dopo le botte e le torture subite dalla polizia?
Forse, oltre alla lunga lista di allenatori stranieri ingaggiati per elevare il livello tecnico dei suoi atleti, Pechino avrebbe fatto bene ad assumere oltre confine anche uno staff di consulenti esperti in comunicazione per curare la propria immagine in vista delle Olimpiadi. Così facendo, il regime avrebbe almeno evitato di scendere in guerra con la stampa internazionale sulla questione dei diritti umani e della censura. Una guerra frontale che si annuncia da entrambe le parti senza esclusione di colpi da qui al 24 agosto, quando sui Giochi 2008 calerà il sipario.
Nel caos della vigilia, tuttavia, c'è da registrare almeno un elemento positivo: dopo un duro braccio di ferro con il Comitato olimpico internazionale, Pechino ha mantenuto la promessa data a suo tempo decidendo di lasciare libero accesso a internet per tutta la durata dei Giochi. Nelle prossime tre settimane i website "sensibili solitamente oscurati dalla censura (i principali sono Amnesty International, Voice of America, Human Rights Watch) dovrebbero diventare raggiungibili da qualsiasi postazione oltre la Grande Muraglia.
Il Governo cinese ha fatto un gesto di buona volontà apprezzabile. L'auspicio è che serva a stemperare i toni accesi e le polemiche feroci degli ultimi giorni. Un ruolo chiave in questa opera di distensione l'avranno i grandi dimenticati di queste Olimpiadi 2008: gli atleti. L'8 agosto, quando finalmente entrerà in scena lo sport giocato, diventeranno loro i veri protagonisti dell'agone che va a cominciare. E che vinca il migliore.
lucavin@attglobal.net

05/08/2008