Pechino lascia volare lo yuan e in nove sedute è già record

SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
Dopo il superyen, è il turno del superyuan. Ieri la moneta cinese ha messo a segno l'ennesimo rialzo sui mercati, rompendo per la prima volta nella sua storia quota 6,7 contro dollaro. Si tratta del nono strappo quotidiano verso l'alto consecutivo: il che significa che, in meno di due settimane, il renminbi si è rivalutato dell'1,3% sulla moneta americana.
Nulla in confronto alle volate rialziste mozzafiato realizzate dallo yen sui mercati valutari negli ultimi mesi. Ma il Giappone e la Cina sono due mondi distinti e separati anche sul piano valutario. Il superyen non è nato ieri, ma è una vecchia conoscenza dei cambisti del mondo intero. Il superyuan, invece, è un nuovo protagonista sulle piazze finanziarie internazionali. Peraltro con un handicap non da poco: quello di non essere ancora una moneta pienamente convertibile.
Ecco perché quel +1,3% sul dollaro, frutto di ben nove sedute scoppiettanti consecutive, è un dato che va interpretato come una novità assoluta e come il segnale di un possibile cambiamento nella politica monetaria cinese.
Una politica monetaria che, dai primi di settembre in poi, ha mutato rotta. Dietro la recente mini-rivalutazione dello yuan, infatti, c'è la precisa volontà della People's Bank of China di lasciare apprezzare la moneta nazionale. Il renminbi sta macinando un rialzo dopo l'altro perché nelle ultime due settimane la banca centrale cinese ha sempre fissato la parità centrale dello yuan su un livello inferiore rispetto alla chiusura del giorno precedente.
Perché la Pboc, dopo aver tenuto saldamente le redini del renminbi all'indomani dello sganciamento dal peg con il dollaro del giugno scorso, ha deciso improvvisamente di lasciar correre la sua moneta?
Per ragioni politiche, rispondono gli operatori. Da tempo, ormai, gli Stati Uniti accusano la Cina di tenere sottovalutato lo yuan per favorire le proprie esportazioni. La crisi economico-finanziaria del 2008, con i suoi effetti devastanti sul sistema industriale Usa, ha esacerbato il sentimento anti-cinese degli americani. A Washington è sorto un vasto movimento trasversale al Congresso che chiede all'amministrazione di bollare Pechino di protezionismo valutario.
L'altra sera è intervenuto il presidente Barack Obama per criticare la politica valutaria di Pechino: «La Cina non ha fatto tutto quello che aveva promesso per rivalutare lo yuan» ha detto. Ieri mattina la replica: «Le pressioni americane - ha dichiarato il ministro degli Esteri cinese - sono poco sagge e frutto di una visione di corto respiro».
Eppure secondo alcuni osservatori di fronte alle pressioni (a ottobre il Tesoro Usa dovrà prendere una posizione ufficiale sulla questione), in questi ultimi giorni la Cina avrebbe deciso di dare un contentino agli Stati Uniti lasciando rivalutare di qualche frazione di punto lo yuan, anche in vista dell'incontro previsto nei prossimi giorni a New York tra il premier cinese, Wen Jiabao, e il presidente americano, Barack Obama.
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22/09/2010