Pechino frena sulle spese militari

Luca Vinciguerra
SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
La Cina rallenta la corsa agli armamenti. Nel 2010 le spese militari della superpotenza asiatica aumenteranno solo del 7,5% rispetto all'anno precedente, quando gli investimenti bellici cinesi crebbero del 15 per cento.
Lo ha annunciato ieri Pechino, sottolineando che si tratta del tasso di crescita più basso dell'ultimo decennio. «La Cina intende svilupparsi pacificamente e la sua politica militare ha un puro scopo difensivo» ha spiegato un portavoce governativo illustrando il budget delle spese per la difesa 2010, pari a 57 miliardi di euro, che nei prossimi giorni sarà sottoposto all'approvazione dell'Assemblea nazionale del popolo che inizia oggi a Pechino.
Quest'ultima è la sessione del Parlamento cinese, composta da circa 3mila delegati che ogni anno in primavera convengono a Pechino per discutere e dare via libera alle leggi finanziarie per l'esercizio in corso e alle grandi riforme destinate a cambiare la vita del paese. Il semaforo verde a tutte le proposte di legge portate all'esame dell'Assemblea è un fatto scontato.
Dopo anni di polemiche che puntualmente ogni primavera accompagnavano l'approvazione dei budget per la difesa cinesi in costante aumento a doppia cifra percentuale, Pechino quest'anno mette dunque tutti a tacere. Anche a costo di andare contro la potentissima casta militare, che avrebbe gradito un incremento più robusto delle spese belliche 2010. «La crisi economica e la necessità di sostenere la domanda interna hanno spinto il governo ad agire così. Tuttavia, visto che la comunità internazionale chiede alla Cina di assumersi sempre maggiori responsabilità globali, per esempio nella lotta alla pirateria al largo della Somalia, un aumento intorno al 10% sarebbe stato più opportuno» ha commentato Xu Guangyu, generale in pensione e opinionista.
Ma gli osservatori stranieri hanno accolto con un certo scetticismo la decisione di Pechino. Sembra quantomeno strano, infatti, che la Cina abbia scelto di rallentare la sua sfrenata corsa al riarmo proprio qualche settimana dopo la decisione degli Stati Uniti di dare via libera a una fornitura di armi da 6,4 miliardi di dollari a Taiwan, la "provincia ribelle" con cui il Dragone è in stato di guerra da sessant'anni. «La spesa militare cinese resta un enigma. Abbiamo chiesto più volte a Pechino di renderla più trasparente, ma non abbiamo mai avuto risposte» ha commentato ieri polemicamente il governo giapponese. Secondo Tokyo, la Cina sottostima i propri investimenti bellici adottando un astuto escamotage contabile, cioè spalmando le spese in armamenti su altri capitoli del bilancio pubblico.
L'impressione degli esperti internazionali è che, annunciando la sostanziosa riduzione del tasso di crescita del budget militare 2010, la Cina abbia voluto cogliere in contropiede la comunità globale, incassando così un pesante credito politico da spendere nei prossimi mesi quando Pechino dovrà di necessità iniziare a negoziare con gli Stati Uniti una serie di spinosi dossier aperti dai diritti umani al caso Google.
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05/03/2010