Pechino frena la risalita dello yuan

SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
La fiammata dello yuan sul mercato valutario dura giusto quanto un battito di ciglia. Dopo aver salutato lunedì lo sganciamento dal dollaro con il rialzo maggiore di tutti i tempi, ieri la moneta cinese si è presa subito una pausa di riflessione.
Come da copione, in apertura di contrattazioni la People's Bank of China (Pboc) ha fissato il tasso di riferimento (il pivot sul quale le quotazioni quotidiane del renminbi possono oscillare tra -0,5 e +0,5 per cento) sul valore di chiusura di lunedì. Ma, nonostante la base di partenza più alta, la moneta cinese non è riuscita a spiccare il volo.
A zavorrarle le ali, riferiscono alcuni operatori, sarebbero stati i massicci acquisti di dollari effettuati a metà seduta dalle quattro grandi banche cinesi. «Probabilmente, la Pboc ha chiesto ai maggiori istituti di credito di scendere in campo per evitare anche oggi un altro rialzo dello yuan al limite della banda di oscillazione», osserva un cambista. L'opera di contenimento è riuscita: lo yuan ha archiviato la sua seconda giornata di "semi-libertà" con una flessione dello 0,2% sul dollaro.
Il calmiere occulto che ha agito sul mercato sotto la stretta regia della banca centrale ha lasciato l'amaro in bocca a molti che ieri contavano in un altro botto del renminbi. Ma non poteva essere diversamente. Perché Pechino non intende offrire alla speculazione una scommessa sicura su cui puntare. E, soprattutto, perché la Cina non può permettersi rialzi troppo rapidi ed eccessivi della propria moneta.
È vero, per il Dragone la rivalutazione dello yuan avrà un impatto positivo sul piano economico perché nel breve termine ridurrà il costo delle sue importazioni, mentre nel medio-lungo termine dovrebbe incentivare il riequilibrio strutturale dell'economia cinese dall'attuale modello export oriented a un altro più centrato sui consumi domestici. E anche sul piano politico perché dovrebbe contribuire ad allentare le tensioni non solo con gli Stati Uniti, che in questi ultimi mesi hanno accusato esplicitamente la Cina di protezionismo valutario, ma anche con gli altri suoi partner commerciali, compresi i paesi emergenti che ultimamente hanno mostrato qualche perplessità sul valore troppo competitivo del renminbi.
Ciononostante, e lo dimostra il fatto che Pechino non ha optato per una rivalutazione secca come fece nel luglio 2005, l'apprezzamento dello yuan sarà un processo lento e graduale. Probabilmente quest'approccio urterà la suscettibilità di quella parte del Congresso americano che addossa tutte le colpe della disoccupazione statunitense allo strapotere del made in China derivante dalla sottovalutazione del renminbi.
Tuttavia, Pechino ha almeno due buoni motivi per giustificare la cautela con cui intende proseguire la riforma del suo sistema di cambio.
Il primo. La nomenklatura ha sempre sostenuto che la decisione di ancorare lo yuan al dollaro, presa nell'estate 2008 per contrastare la crisi economica internazionale, è stata una mossa decisiva per stabilizzare la congiuntura cinese. Grazie alla reintroduzione del peg valutario, l'economia è riuscita a riprendersi velocemente, e di questo inaspettato contro-boom ha beneficiato il mondo intero. Ora una rivalutazione del renminbi troppo rapida rischierebbe di penalizzare il made in China, facendo deragliare il treno della ripresa. E questo è uno scenario che oggi al mondo non fa comodo a nessuno.
Il secondo. Pechino sostiene da sempre che il valore del renminbi è una variabile indipendente dall'andamento del commercio internazionale cinese. Tra il 2005 e il 2008, è la tesi del Governo, lo yuan si è rivalutato di circa il 20% sul dollaro, ma ciò non ha ridotto il deficit commerciale Usa e non ha impedito alla Cina di diventare il primo esportatore del mondo. Quindi, non c'è alcuna necessità di accelerare i tempi della rivalutazione, soprattutto a fronte dell'attuale debolezza dell'euro che sta mettendo a dura prova la competitività del made in China sui mercati del Vecchio Continente (da metà maggio la moneta unica si è deprezzata del 14% nei confronti del renminbi).
L'obiettivo di Pechino appare molto chiaro: massimizzare il ritorno politico dello sganciamento dello yuan dal dollaro, e minimizzare i rischi d'instabilità legati al nuovo regime valutario.
© RIPRODUZIONE RISERVATA



EQUILIBRIO DIFFICILE
Yuan e renminbi Due nomi, stessa valuta
Il dollaro è il dollaro. La sterlina è la sterlina. L'euro è l'euro. Ma lo yuan si chiama anche renminbi. E non è un sinonimo coniato dalla fantasia popolare. La Cina, infatti, è l'unico paese al mondo ad avere una moneta con due nomi ufficiali.
Yuan è il nome più antico. La parola significa "rotondo" ed evoca la forma delle diverse monete che da secoli regolano gli scambi nell'Impero cinese. Renminbi è il nome più moderno. Significa letteralmente "moneta del popolo" e fu coniato da Mao in persona nel 1949 subito dopo aver vinto la Rivoluzione. Sessant'anni dopo, il faccione del Grande Timoniere stampato su tutte le banconote yuan-renminbi è l'unico frammento di memoria che quotidianamente ricorda ai cinesi una triste parentesi della loro storia che preferirebbero dimenticare.

23/06/2010