Pechino elimina Google dai cellulari di Unicom

Google lascia la Cina e trasloca a Hong Kong per aggirare la censura? Pechino risponde a modo suo: China Unicom, la seconda società di telefonia mobile del paese quotata alla Borsa di Hong Kong, rimuove da due modelli di cellulare il programma operativo Android di Google.
«Unicom è aperta alla cooperazione con tutte le aziende e i fornitori ma deve rispettare le leggi cinesi: ora come ora non possiamo lavorare assieme a Google» ha spiegato il presidente Lu Yimin. La scelta di Unicom è in un certo senso coerente con quanto finora sostenuto dal governo cinese: lo scontro con Google non è un problema di censura ma di regole commerciali valide per tutte le aziende che lavorano in Cina. Così il colosso della telefonia cinese decide di danneggiare Google economicamente, facendolo fuori dal mercato. Una mossa che fa più male di quanto sembra perché in Cina ci sono 384 milioni di internauti ma 745 milioni di persone hanno un cellulare e moltissimi usano abitualmente il telefono per collegarsi a internet.
Nelle stesse ore, in un'intervista al Wall Street Journal, Sergey Brin, cofondatore di Google, spiega come le tattiche cinesi gli ricordino la sua infanzia. La decisione di spostare il motore di ricerca a Hong Kong ha anche motivazioni personali: non volere sottostare «a un modo di condurre gli affari che ricorda quello dell'Unione Sovietica», dice Brin fuggito a sei anni con i genitori dall'Urss.
Brin, oggi trentaseienne, racconta che la sensazione di disagio è iniziata nel 2008, dopo le Olimpiadi: quando a Pechino si sono spenti i riflettori e le troupe televisive di tutto il mondo sono tornate a casa, il governo cinese ha ricominciato con la censura. «La Cina ha fatto grandi passi contro povertà e su altri temi, ma in alcuni aspetti della sua politica, soprattutto per quanto riguarda la censura, vedo gli stessi tratti distintivi del totalitarismo, cosa che personalmente trovo abbastanza problematica» ha detto Brin, spiegando che gli attacchi di hacker al motore di ricerca partiti da due università cinesi a gennaio sono stati «la goccia che ha fatto traboccare il vaso».
Intanto, la rivolta di Google contagia altre aziende americane. GoDaddy.com, il più grande gestore di domini registrati del mondo, ha annunciato che smetterà di registrare siti web in Cina per protestare contro le nuove regole del governo che impongono a chi si registra di fornire informazioni personali particolareggiate che includono una fotografia. Una richiesta che non garantirebbe più la sicurezza degli utenti, ha detto il vicepresidente esecutivo di GoDaddy, Christine N. Jones.
An. Man.
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25/03/2010