PECHINO E SEUL: VERTICE A FEBBRAIO

PECHINO E SEUL:  VERTICE A FEBBRAIO

Seul, 26 dic. -  I ministri della Difesa di Cina e Corea del sud si incontreranno a febbraio a Pechino per discutere delle tensioni nella penisola coreana. Seul ha fatto sapere che Kim Kwan-Jin e il collega cinese Liang Guanglie discuteranno fra l'altro di come "rafforzare la cooperazione militare tra i due Paesi".

 

Roma, 23 dic. - Si alzano i toni tra le due Coree, dopo le nuove esercitazioni militari condotte da Seul. Pyongyang ha minacciato una "guerra santa" nucleare contro il suo vicino: "Le forze armate della Repubblica democratica popolare di Corea (Dprk) sono in grado di lanciare una guerra santa di giustizia basata sul deterrente nucleare in qualsiasi momento necessario per far fronte alle azioni dei nemici", ha avvertito il ministro delle Forze armate nordcoreano, Kim Young-Chun, nel corso di un incontro per il 19mo anniversario della nomina di Kim Jong-Il a capo supremo dell'esercito.

 


Per il ministro le esercitazioni militari sudcoreane delle ultime settimane indicano che la Corea del Sud "si sta preparando alla guerra". In un primo momento Pyongyang si era limitata a denunciare i "guerrafondai" del sud per le nuove manovre.
Il presidente sudcoreano, Lee Myung-bak, da parte sua, ha ammonito che Seul sferrerà uno "spietato contrattacco" se Pyongyang dovesse ripetere un bombardamento a sorpresa come quello del 23 novembre contro l'isola di Yeonpyeong. Lee, che ha visitato in tuta mimetica i reparti schierati sul confine fortificato tra i due Paesi, ha affermato che le truppe sudcoreane non dovranno mai abbassare la guardia. "Abbiamo creduto che la pazienza potesse assicurare pace a questa terra, ma non era così".

 

Le manovre sudcoreane hanno coinvolto per 40 minuti l'artiglieria e 800 soldati, 30 carri armati, 11 blindati, 30 caccia e sette elicotteri. In precedenza c'era stata anche un'esercitazione in mare a un centinaio di chilometri dal confine tra le due Coree. Si e' tratto della quarta serie di esercitazioni dei militari sudcoreani dal 23 novembre, quando quattro persone sono rimaste uccise in un bombardamento a sorpresa nordcoreano contro l'isola di Yeonpyeong. Quell'attacco ha fatto salire la tensione, già alta per l'affondamento a marzo della corvetta sudcoreana Cheonan, di cui Seul ha accusato Pyongyang.

 

Solo due giorni fa, la tensione nella penisola aveva spinto la Cina -  unico alleato del Nord Corea -  a sollecitare Pyongyang - nel tentativo di allentare la tensione – verso l'apertura agli ispettori dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA) espulsi nel 2009. Un'ipotesi già preannunciata dall'inviato statunitense Bill Richardson, in missione a Pyongyang, che appena due giorni fa aveva reso noto di aver convinto il regime ad accettare il ritorno degli ispettori dell'Onu negli impianti nucleari. Una notizia non ancora confermata dalla Corea del Nord.

 

Intanto la crisi coreana getta in allarme anche Pechino, che seppur di poco, abbandona la sua condotta neutrale: "Siamo vicini alla guerra" ha dichiarato al Consiglio di sicurezza dell'Onu l'ambasciatore cinese presso le Nazioni Unite, Wang Min. Sin dallo scorso 23 novembre il Dragone ha sempre evitato di condannare pubblicamente la Corea del Nord, arrivando al punto di bocciare tutti i provvedimenti sanzionatori presentato dal Consiglio di sicurezza dell'Onu, compreso quello proposto dalla Russia nel quale Pyongyang non veniva menzionata.

 

"Un'omissione" che non è mai andata giù a Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud che spingono affinché Pechino faccia sentire il suo peso sul regime di Kim Yong II. Ma "l'invito" di martedì – il primo messaggio pubblico indirizzato dalla Cina alla Corea – non deve essere letto come una segnale di un cambio di marcia del Dragone che, al contrario, ha ribadito la sua netta contrarietà a un escalation militare nella penisola coreana. Un confronto che secondo la Cina non allenterebbe la tensione, esortando invece le parti al dialogo e alla collaborazione: un punto su cui la Cina è tornata diverse volte dall'inizio della recente crisi coreana, proponendo un ritorno ai colloqui a sei sul disarmo nucleare interrotti dalla Corea del Nord nel 2009. Ed è proprio la Corea del Nord, a proporre ora una ripresa dei colloqui. Una proposta che non incontra però il favore di Sud Corea, USA e Giappone secondo cui non può esserci alcun dialogo finché la Corea non rispetterà gli impegni: "Non abbiamo nessuna intenzione di tornare ai colloqui a sei solo per una questione di facciata" ha dichiarato Robert Gibbs, portavoce di Barack Obama. "Quando e se Pyongyang prenderà con serietà i suoi obblighi, potremo pensare a un ritorno al tavolo delle trattative".  Nonostante le parole di Richardson – "Ritengo sia importante che tutte e sei le potenze compiano ulteriori sforzi" - avessero fatto sperare in un ripensamento da parte di Washington, dalla Casa Bianca nessun dietro-front.

 

Intanto i rapporti di Pechino con Pyongyang spaccano la Cina: sono molti i diplomatici e gli accademici a ritenere che sia necessario per l'immagine del Paese che il Dragone cambi il suo approccio alla crisi coreana. "La politica della Cina in Nord Corea è fallimentare e deve essere rivista" dichiara Jin Canrong, professore alla scuola di relazioni internazionali dell'Università Renmin. "La politica della Cina è in gran parte influenzata dal pensiero diplomatico tradizionale che vede nel regime il suo più vicino alleato – spiega Wang Xinsheng professore di storia all'università di Pechino e specializzato in storia del nordest asiatico – "Questo genera un costante dilemma per la Cina, ma dovrebbe agire con responsabilità nella prospettiva di diventare una superpotenza mondiale".  Le critiche arrivano anche dal mondo militare: quella di Pyongyang è "una politica del rischio calcolato con cui tiene in ostaggio Seul e Tokyo" (leggi questo articolo) ha dichiarato in un'intervista al quotidiano del Popolo il generale maggiore Luo Yuan, vice segretario generale dell'Accademia cinese delle scienze militari.

 

 

 

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