Pechino contro Obama: « Il cambio è corretto»

Luca Vinciguerra
SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
«Gli Stati Uniti muovono accuse infondate ed esercitano pressioni che non aiuteranno certo a risolvere il problema». Dura e puntuale, ieri è arrivata la reazione cinese alle accuse di protezionismo valutario scagliate mercoledì sera contro Pechino da Barack Obama. Nello stesso giorno in cui Washington conferma per il 17 e 18 febbraio l'incontro tra il presidente e il Dalai Lama.
Non è vero, come sostenuto dal presidente Usa, che il valore del renminbi è tenuto artificialmente basso per gonfiare il prezzo delle merci americane importate oltre la Grande Muraglia e per ridurre quello dei beni made in China esportati nel mondo. «Analizzando la nostra bilancia commerciale e le condizioni di domanda e offerta sul mercato valutario, oggi il tasso di cambio dello yuan è a un livello equo e ragionevole», ha replicato ieri Pechino a Washington.
Già, ma quale domanda e offerta? E su quale mercato valutario? Il comunicato del Dragone omette un particolare di importanza cruciale: oggi lo yuan è ancora una valuta inconvertibile, e il suo tasso di cambio è determinato esclusivamente dalle autorità monetarie cinesi. Le quali governano le oscillazioni del renminbi a loro piacimento.
Nel luglio 2005, quando capì che i tempi erano maturi per avviare una riforma del sistema di cambio, la Cina decise di abbandonare il peg ultradecennale con il dollaro e di riagganciare lo yuan a un paniere valutario. Da allora fino all'agosto del 2008, il renminbi si è apprezzato di circa il 17% nei confronti della valuta americana. Dopo di che, la marcia rialzista della moneta cinese si è improvvisamente arrestata perché, per sostenere le esportazioni in caduta libera, nell'autunno 2008 il Dragone ha riagganciato lo yuan al dollaro. Così, da quel momento, la quotazione della moneta americana sul renminbi è rimasta inchiodata intorno a quota 6,8. Gli americani, ma la cosa farebbe molto piacere anche agli europei e ai giapponesi, chiedono che il processo iniziato nell'estate 2005 riprenda il suo corso naturale. Insomma, se il surplus cinese continua a lievitare, come accaduto anche nel 2009 nonostante il crollo dell'export (l'import ha accusato una contrazione maggiore), trascinandosi dietro le riserve valutarie, è giusto che il valore dello yuan assecondi questa tendenza. Il ragionamento non fa una grinza. Ma la Cina non è un'economia di mercato. È un'economia dirigistica e centralizzata, che deve fare i conti con una realtà più complessa rispetto ai paesi industrializzati. Oggi Pechino è alle prese con un dilemma paradossale molto simile - ma non uguale - a quello emerso nel biennio 2006-2007. Da un lato, deve cercare di raffreddare un'economia che, dopo essersi brillantemente ripresa dalla crisi, inizia a mostrare preoccupanti segnali di surriscaldamento. Dall'altro, deve cercare di frenare dolcemente la locomotiva in modo da evitare qualsiasi rischio di deragliamento.
Oggi, però, Pechino ha un problema in più rispetto a tre anni fa: le esportazioni, che all'epoca viaggiavano a velocità supersoniche, battono in testa. È vero, a dicembre le vendite di made in China sui mercati d'oltremare sono tornate ad aumentare dopo ben 13 mesi di caduta. Ma è altrettanto vero che oggi, alla luce del quadro economico globale, nessuno è in grado di prevedere cosa accadrà nei prossimi mesi.
La Cina, in attesa di trovare un nuovo paradigma di sviluppo più armonico, resta ancora un paese dipendente a doppio filo dai destini delle sue esportazioni. Oggi come dieci anni fa, quando il Dragone iniziò a risvegliarsi dal suo lungo torpore, l'equazione su cui si regge l'equilibrio economico, politico e sociale cinese è sempre la stessa: se le aziende non vendono i lordo prodotti (in grandi quantità, perché i margini di profitto sono risicati all'osso) sui mercati esteri chiudono i battenti, i loro dipendenti restano disoccupati, la tensione interna sale mettendo a repentaglio la stabilità del paese.
Ecco perché l'offensiva statunitense sullo yuan è destinata a fallire in partenza. La Cina non rivaluterà la sua moneta per assecondare le pressioni né degli americani, né di chicchessia. Lo farà solo quando ci saranno le condizioni per farlo senza assumersi rischi eccessivi, cioè quando le sue esportazioni torneranno a crescere a tassi costanti e sostenibili. Il che, secondo molti analisti, potrebbe avvenire già nel secondo trimestre del 2010. A quel punto, lo scenario cambierà radicalmente e tutto potrebbe accadere. Anche che, come prevedono alcuni guru, lo yuan si rivaluti del 3-5% entro la fine dell'anno.
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05/02/2010