Pechino aumenta il salario minimo

Nonostante i timori sul l'inflazione evidenziati dal rialzo natalizio dei tassi, trova nuove conferme la volontà delle sfere governative cinesi di accelerare sull'aumento dei salari, al fine di ridurre gli squilibri sociali e ribilanciare la struttura dell'economia con il sostegno alla domanda interna.
Il salario minimo nell'area di Pechino dal primo gennaio aumenterà del 21%, dopo essere cresciuto del 20% appena sei mesi fa: il nuovo minimo mensile salirà di 200 yuan a 1.160 (175 dollari) e la paga oraria non potrà essere inferiore a 6,7 yuan. La misura, secondo stime governative, andrà a beneficio di circa 3 milioni di persone. La municipalità di Pechino ritoccherà anche le erogazioni pensionistiche del 10,2% a 2.268 yuan al mese.
La capitale si appresta dunque a superare Shanghai, dove il salario minimo è di 1.120 yuan al mese, ponendosi in testa a un trend che ha interessato quest'anno un po' tutto il paese. Una tendenza destinata a continuare, visto che già alcune città e province, tra cui il centro manifatturiero di Guangdong, hanno preannunciato ulteriori incrementi salariali. Del resto, persino l'ultra-liberista Hong Kong il mese scorso ha deciso di introdurre per la prima volta il salario minimo (a 28 dollari locali l'ora) a partire dal maggio 2011.
In parte, la corsa al rialzo dei salari minimi riflette una intensificata competizione tra diverse aree territoriali per attrarre un bacino di lavoratori non più largamente disponibile a qualsiasi condizione (tanto più che ora anche il vasto hinterland cinese sta registrando un boom economico). La leadership cinese, comunque, da tempo sta battendo sul tasto dell'assegnazione al lavoro di una fetta più ampia del reddito nazionale, sia per ridurre le diseguaglianze sociali sia per stimolare i consumi, al fine ultimo di rendere l'economia meno dipendente dalle esportazioni. In questo contesto molti osservatori inquadrano anche l'apparente benevolenza delle autorità verso gli scioperi finalizzati ad aumenti salariali che quest'anno si sono moltiplicati nelle zone industriali del paese, interessando soprattutto le aziende a partecipazione straniera (taiwanesi e giapponesi in particolare). Gli scioperanti hanno ottenuto un miglioramento sensibile delle condizioni di lavoro, senza peraltro che si materializzassero i timori di un effetto scoraggiante sul ritmo degli investimenti manifatturieri dall'estero.
Se pure in vari settori i recuperi di produttività appaiono in linea o superiori all'aumento salariale, l'accelerazione del trend comincia a destare preoccupazioni per il risvolto di potenziale amplificazione delle pressioni inflazionistiche. In particolare, la redditività delle imprese è già sotto stress a causa dei costi crescenti di materie prime, materiali intermedi e affitti. Specialmente nel comparto dei servizi, un ampio numero di operatori fatica sempre più a non passare alla clientela almeno una parte degli oneri addizionali.
Nel quadro degli sforzi di contenimneto dell'inflazione, intanto, il governo sembra mostrare accenni di un orientamento più favorevole a consentire un apprezzamento della divisa (che avrebbe l'effetto di ridurre l'inflazione importata). Ieri lo yuan ha guadagnato terreno sul dollaro chiudendo a quota 6,6308, vicinissimo al record toccato lo scorso 11 novembre. La valuta di Pechino ora si trova del 3,04% sopra il livello di metà giugno, data del "depegging" formale sul dollaro: secondo molti osservatori, già nel corso di questa settimana potrebbe toccare un nuovo record e nel corso del 2011 le opinioni prevalenti suggeriscono che le autorità dovrebbero consentire un rialzo del 5-6 per cento. Non è improbabile che l'apprezzamento prosegua nella prima metà di gennaio, in anticipazione della visita a Washington del presidente Hu Jintao il prossimo 19 gennaio.
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29/12/2010