PECHINO ATTACCA ANCORA LA POLITICA DELLA FED

Pechino, 9 nov.: Nuove critiche del Dragone alle politiche monetarie statunitensi: a soli due giorni dall'avvio del vertice G20 di Seoul, dove gli squilibri monetari mondiali costituiranno uno dei temi principali, il viceministro delle Finanze Zhu Guangyao ha definito "uno shock" per  i mercati emergenti il nuovo alleggerimento quantitativo deciso dalla Federal Reserve la scorsa settimana. "Riteniamo che gli Stati Uniti, che emettono la principale valuta di riserva del mondo, non si siano fatti carico delle loro responsabilità nella stabilizzazione dei mercati globali - ha detto ieri Zhu a Pechino, nel corso di una conferenza stampa - e non abbiano valutato l'impatto che l'eccessiva liquidità causerà sulle economie emergenti dopo il secondo quantitative easing deciso dalla banca Centrale". Sull'argomento si è espresso oggi anche il vicegovernatore della banca Centrale cinese Ma Delun: "Il programma della Federal Reserve aggiunge rischi agli squilibri già presenti nell'economia globale, mette pressione sulle economie emergenti per forzarle a riequilibrare la loro bilancia dei pagamenti internazionali e potrebbe anche creare bolle speculative sulle quali dobbiamo vigilare".

 

 

Il governatore della Fed Ben Bernanke aveva annunciato mercoledì scorso una nuova manovra monetaria ultraespansiva da 600 miliardi di dollari, diluiti fino al secondo trimestre del 2011, suscitando le reazioni di numerosi banchieri centrali delle economie emergenti: secondo Pechino il nuovo quantitative easing (che equivale, di fatto, a stampare nuova moneta), ideato per iniettare liquidità fresca e far decollare un sistema americano che stenta ancora a riprendersi dalla crisi finanziaria globale, rischia di dirottare verso i paesi in via di sviluppo imponenti flussi di capitali speculativi, capaci di creare ulteriori distorsioni. "Al momento i mercati finanziari globali sono tutt'altro che privi di liquidità - ha detto Zhu - e non mancheremo di sollevare la questione al prossimo G20, sperando di intrattenere con gli USA una discussione franca sull'argomento". Ai margini del summit di Seoul è previsto un colloquio tra Hu Jintao e Barack Obama, e il viceministro cinese delle Finanze ha voluto smorzare i toni sui rischi di un nuovo giro di svalutazioni competitive - in particolare su uno scontro diretto tra Pechino e Washington - dichiarando che le due parti possono venire a capo del problema attraverso la cooperazione; molti economisti cinesi, tuttavia, condannano con forza la manovra americana sostenendo che il nuovo quantitative easing non sia altro che una forma mascherata di manipolazione di valuta, rispedendo così al mittente le critiche che l'America rivolge da tempo alla Cina. Da mesi, infatti, Washington e - in misura minore - Bruxelles accusano Pechino di mantenere artificialmente basso il valore della sua moneta per garantirsi un vantaggio sleale nei commerci con l'estero. Finora la Cina ha risposto con un lieve apprezzamento, che tuttavia non ha impedito ad altre nazioni di seguire il Dragone sulla strada degli interventi monetari; nel giro di qualche settimana, tra settembre e ottobre, Giappone, India, Corea del Sud, Thailandia, Brasile e Svizzera hanno adottato misure dirette o indirette sulla loro moneta, in una spirale di svalutazioni competitive che molti osservatori hanno definito una vera e propria "guerra delle valute".

 

 

Il nuovo alleggerimento quantitativo della Fed, insomma, è solo l'ultimo tassello di un domino potenzialmente pericoloso per l'economia globale, un congegno che il vertice del G20 è chiamato a disinnescare prima che generi altre tensioni. E dopo le critiche dei banchieri centrali dell'Estremo Oriente, ieri è arrivata anche la risposta dell'Europa: "La via scelta dalla Federal Reserve non è quella giusta, vedo rischi inflazionistici - ha detto il presidente dell'Eurogruppo Jean Claude Juncker in un'audizione al parlamento europeo - e le recenti decisioni americane non sono in linea con gli impegni internazionali assunti nel corso dei lavori preparatori del G7 e del G20. Nei fatti, gli USA stanno combattendo il debito facendo altri debiti". Lo scorso anno i leader del G20 avevano raggiunto un accordo di massima per una crescita globale più bilanciata: i grandi paesi esportatori, come la Cina, si impegnavano a sostenere la crescita dei consumi interni mentre i grandi importatori, come gli USA, avrebbero invece dovuto ridurre i consumi e aumentare i risparmi, ridimensionando lo stile dei vita dei cittadini. "Crescita condivisa oltre la crisi" è il titolo del summit di Seoul che si apre giovedì prossimo, ma in cima alla lista delle preoccupazioni c'è quella di una nuova ondata di protezionismo.

 

Di Antonio Talia

 

 

 

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