Pechino affonda l'interscambio

MILANO
Materie prime, energia e Cina affondano il commercio estero italiano extra Ue. Nel 2010, secondo l'Istat, l'impennata delle commodity insieme al petrolio e al boom dell'import cinese hanno spinto il saldo commerciale a -20,23 miliardi di euro, in netto peggioramento rispetto al deficit di 3,07 miliardi dell'anno prima.
Caro petrolio e gas sono macro variabili che sfuggono a una politica industriale, come anche la speculazione finanziaria che gioca al rialzo sulle commodity. Diverso il boom dell'import dalla Cina: il saldo commerciale segna un maxi deficit di 20 miliardi, sette miliardi in più rispetto all'anno prima. Nel 2000 era attestato a -4,6 miliardi. Circa le merceologie dell'interscambio italo-cinese, nel periodo gennaio-ottobre 2010, il rosso ha colpito di più il tessile, abbigliamento, pelle, -5,1 miliardi, e il comparto elettronica-elettrico, -6,1 miliardi.
Cos'è successo nel 2010? «C'è stata – osserva Guidalberto Guidi, presidente dell'Anie, la Federazione delle imprese elettrotecniche ed elettroniche – una straordinaria propensione ad acquistare in Cina, una riduzione dei tempi di approvvigionamento e una tale attenzione alla qualità che una fascia di prodotti Made in China è penetrata nei mercati occidentali».
«Oramai non c'è più partita – interviene Marco Fortis, vice presidente della Fondazione Edison – troppe asimmetrie competitive: i cinesi beneficiano persino dei sussidi pubblici sugli aumenti delle materie prime oltre che di uno yuan debolissimo. Con questo tipo di globalizzazione abbiamo spostato redditi da occidente a oriente».
Per il Cer, che ieri ha presentato a Roma il rapporto "Orizzonte Cina", l'Italia continua a perdere quote di mercato in Cina: è solo 21esima tra gli esportatori con una quota di mercato dell'1,7%. Diminuiscono le quota però anche gli Stati Uniti e l'insieme dei Paesi Ue, mentre cresce il Sud est asiatico.
Il quadro sul nostro commercio estero però non è tutto negativo: schizzano sia l'export che l'import. Nel 2010 l'export è balzato del 16,7% mentre l'import, con una marcia in più, è salito di quasi il 30%. Più della metà dell'incremento del deficit di 17 miliardi deriva dal boom del disavanzo nel comparto energetico. Senza la zavorra dell'energia però, la bilancia commerciale tricolore mostrerebbe un maxi attivo di 30 miliardi, in netto calo rispetto ai 38,2 del 2009. A pesare sulla nostra bilancia è anche il surriscaldamento dei prezzi delle materie prime che hanno rilanciato il deficit dei beni intermedi: il buco è stato di circa 6 miliardi. Bene invece il surplus nei beni strumentali, soprattutto meccanica e macchine: +33 miliardi.
«Nel nostro settore – aggiunge Guidi – si sta manifestando una netta divaricazione tra due tipologie di aziende: una che ha investito in R&S, ha multilocalizzato e ha sostituito braccia con cervelli, ingegneri al posto di operai. Queste azienda hanno avuto nel 2010 livelli di crescita a due cifre, con aspettative ancora buone. Dell'altra tipologia fanno parte aziende che non hanno fatto nulla di ciò e che oggi arrancano». Ma quante sono le aziende multilocalizzate? «Non riesco a dare una valutazione scientifica – conclude Guidi – ma stimo che il 70% abbia multilocalizzato. Ovviamente chi è partito prima ora sta meglio».
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22/01/2011