PBoC CONTRO FED: "RISCHIO STAMPARE DOLLARI "

Pechino, 4 nov.- Per gli uomini della Banca centrale cinese la nuova mossa attuata ieri dalla FED costituisce "il rischio più grande per l'economia globale": il giorno dopo il nuovo quantitative easing deciso dalla Federal Reserve, People's Bank of China affida la sua reazione a un editoriale firmato da Xia Bin, uno dei consiglieri della Banca centrale, pubblicato sul quotidiano economico di stato Financial News. "Finché il mondo non potrà esercitare restrizioni sull'emissione di valute globali come il dollaro, e non è facile – si legge nell'articolo – l'eventualità di una nuova crisi è enorme, come lamentano anche alcuni occidentali particolarmente avveduti". Il ruolo ricoperto da Xia Bin non comporta un potere decisionale diretto, ma insieme agli altri consiglieri questo professore universitario esercita comunque una certa influenza sui processi decisionali di PBoC. Secondo Xia, la Cina deve "costruire un muro attraverso le politiche monetarie e i controlli sui capitali per proteggersi dagli shock esterni": "Dobbiamo mantenerci lucidi – scrive ancora il consigliere di PBoC – e non dobbiamo provare a guidare il mondo verso un nuovo assetto di regole finanziarie, né tantomeno seguire gli obiettivi delle economie più mature. Dobbiamo pensare a che cosa è meglio per noi. Posto che ci vorrà molto tempo per un miglioramento del sistema monetario globale, la Cina deve tenere saldo il timone della sua politica valutaria, ed esercitare sempre maggiori controlli sugli afflussi di capitali esterni".

 

 

Pechino esercita già un regime di stretto controllo sui capitali stranieri, che secondo molti analisti potrebbe permettere alla Cina di proteggersi dall'onda di liquidità che la politica monetaria ultraespansiva della FED non mancherà di riversare sulle economie emergenti. La risposta di Xia Bin arriva a meno di 24 ore dal nuovo quantitative easing stabilito ieri dalla Federal Reserve; con questa manovra Ben Bernanke e i suoi uomini hanno deciso di acquistare titoli del Tesoro per 600 miliardi di dollari entro il secondo trimestre 2011, ad un ritmo medio di 75 miliardi di dollari al mese. Si tratta di misure estremamente aggressive, dello stesso tenore di quelle varate nell'occhio del ciclone della crisi: in pratica – pur lasciando invariati i tassi sui fed funds e sui tassi di sconto (tenuti ai minimi storici del dicembre di due anni fa) – Federal Reserve sta stampando dollari, per poi iniettare nuova liquidità nel sistema dopo i circa 2mila miliardi pompati nel 2008, e sostenere così una ripresa definita "esageratamente lenta". Attenzione però, questo processo comporta rischi collaterali come un aumento eccessivo dell'inflazione: ne sa qualcosa il Giappone, che negli anni '90 si trovò in una situazione analoga e, adottando misure simili, venne catapultato in quello che poi è passato alla storia come il "decennio perduto".

 

 

Il quantitative easing, inoltre, non può certo fare felici i cinesi: "Questa mossa indebolirà il dollaro, – ha spiegato Wang Zhihong, economista dell'Accademia Cinese di Scienze Sociali, il più importante think-tank governativo – innalzando a livello globale i prezzi di varie commodities, incluso il petrolio, e aumentando l'inflazione importata in varie nazioni, Cina compresa". Wang, tuttavia, ha smentito le ipotesi secondo le quali il Dragone potrebbe attuare una ritorsione attraverso la vendita di parte delle sue immense riserve di titoli di stato USA, al fine di diminuire l'esposizione verso il biglietto verde: "Questa è una proposta irrazionale.Che cos'altro potremmo acquistare, una volta scaricato il dollaro?". Da mesi e mesi Washington accusa Pechino di mantenere artificialmente basso il tasso di cambio dello yuan per garantirsi così un vantaggio sleale nei commerci con l'estero; Pechino, da parte sua, ribatte che uno yuan troppo forte danneggerebbe l'economia e attirerebbe capitali speculativi dall'estero, e sostiene anche che i primi a manipolare il valore della propria moneta siano stati proprio gli Stati Uniti, attraverso il quantitative easing varato nel 2008. Nelle scorse settimane questa situazione ha innescato una serie di svalutazioni competitive a catena, nel corso della quale paesi come Giappone, Corea del Sud, Thailandia, Brasile, India e Svizzera sono intervenuti per via diretta o indiretta sul valore della propria moneta, in quella che alcuni hanno definito una vera e propria "guerra delle valute". La nuova mossa della FED non mancherà di suscitare altre reazioni. Della stabilità monetaria mondiale si discuterà la prossima settimana al G20 in programma a Seoul.


di Antonio Talia

 

 

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