Passo indietro del Dalai Lama ma per i cinesi è un trucco

Dopo la morte del tredicesimo Dalai Lama, nel 1933, i lama più venerabili del Tibet cercarono la sua reincarnazione per anni. Guardarono a est di Lhasa, là dove si era rivolto il viso del Dalai Lama defunto, lessero le forme delle nuvole e la visione nascosta nelle acque di un lago, interpretarono i segni che li condussero a un bimbo di due anni: Tenzin Gyatso, Oceano di Saggezza, il Buddha della compassione vivente tra gli uomini, il quattordicesimo Dalai Lama. Il leader spirituale e temporale dei tibetani oggi vive in esilio ed è in buona salute, ma ha 75 anni. Come sarà possibile ritrovarlo reincarnato nel successore, nel Tibet controllato dalla Cina?
Da Dharamsala, la città dell'India che dal 1959 accoglie il governo tibetano in esilio, il Dalai Lama ha annunciato ieri l'intenzione di rinunciare al proprio ruolo politico per riversarlo sulla figura del primo ministro. Rafforzando così l'autorità del governo in esilio e le sue basi democratiche. Restando il punto di riferimento spirituale. «Fin dagli anni 60 - ha spiegato Tenzin Gyatso, premio Nobel per la pace nel 1989 per il tentativo di conquistare più autonomia per il Tibet rifiutando la violenza - ho ripetuto più di una volta che i tibetani hanno bisogno di un leader, eletto liberamente dal popolo tibetano, a cui io possa devolvere il potere. Non intendo venire meno alle mie responsabilità, ma nel lungo termine questo andrà a beneficio dei tibetani».
Lunedì il parlamento di Dharamsala dovrà votare la proposta, e poi eleggere il nuovo primo ministro. Già sono noti i nomi dei candidati più in vista, giovani tibetani laici tra cui il favorito, Lobsang Sangay, ha un dottorato in legge da Harvard, ed è nato in India. Ma il vero interrogativo riguarda l'impatto della decisione del Dalai Lama sui rapporti con la Cina. I negoziati tentati finora non hanno portato frutto, anche se il Dalai Lama ha rinunciato a parlare di indipendenza e chiede per il suo paese un'autonomia «significativa». Ma già Pechino, denunciando l'attività «separatista» del Dalai Lama, commenta con sarcasmo le sue parole: «È solo un trucco per ingannare la comunità internazionale», ha detto ieri una portavoce del ministero degli Esteri, Jiang Yu.
Dando spazio a una nuova generazione di leader, Tenzin Gyatso sembra aver voluto iniziare a preparare la propria uscita di scena, mettendo di fronte alla Cina un interlocutore più autorevole. Sul fronte dei negoziati in corso, nell'immediato, e poi al momento cruciale della scelta del nuovo Dalai Lama. I cinesi hanno messo le mani avanti da tempo: saranno loro a gestire la ricerca della reincarnazione, avvertono, come già è avvenuto con il Panchen Lama, seconda figura più autorevole nella gerarchia religiosa tibetana: fatto scomparire nel 1995 e sostituito con un monaco più gradito a Pechino. La prospettiva di un leader spirituale sdoppiato in due figure indebolirebbe ulteriormente il movimento tibetano, così il Dalai Lama ha proposto alternative alla procedura tradizionale della reincarnazione: una sua scelta fatta ancora in vita, la nomina di un reggente, addirittura un referendum sulle modalità della reincarnazione. Ciò che non gli sarà possibile sarà parlare direttamente ai tibetani rimasti nel paese da cui fu costretto a fuggire: quelli che ancora venerano la sua immagine, proibita e nascosta, che girano le ruote della preghiera soffocate dai blocchi di cemento con scritte cinesi. «Il futuro politico del movimento tibetano appare sempre più incerto», nota Sarah McDowall, analista di Ihs Global Insight. A Lhasa e nei villaggi del Tibet, la fotografia di un nuovo Dalai Lama nato in esilio rischia di sbiadire in fretta.
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11/03/2011