Ora l'Acu asiatica allarma Re dollaro

di Stefano Carrer Sarà solo la seconda volta nella storia: i capi di governo di Cina, Giappone e Corea del Sud si riuniranno il 10 ottobre, con tutta probabilità a Tianjin nella Repubblica popolare, per il vertice trilaterale che, dopo l'esordio di Fukuoka in dicembre, avrà cadenza annuale.
Per il nuovo premier giapponese Yukio Hatoyama, costituirà l'occasione per cominciare a precisare come intenda articolare in termini politici la sua filosofia dello "yuai" o fraternità, presa in prestito dal conte Richard Coudenhove-Kalergi, il teorico della "Paneuropa" (madre giapponese) di cui suo nonno Ichiro Hatoyama (anch'egli premier) tradusse un saggio fondamentale in lingua nipponica.
Se la spinta verso una maggiore integrazione economica dell'Asia orientale ha solide radici e vantaggi, è inedito che un premier giapponese abbia indicato come obiettivo futuro anche la creazione di una moneta comune regionale. Molti osservatori, specie in Usa, hanno valutato con un certo allarme il fatto che l'alleato nipponico possa unirsi alle aspirazioni e ai tentativi di detronizzare il dollaro o comunque di ridurne il ruolo globale. Venerdì scorso è stato Putin a sottolineare che il biglietto verde non dovrebbe continuare a essere la sola moneta di riserva globale. E Pechino da tempo lancia messaggi analoghi: nel marzo scorso il presidente della banca centrale Zhu Xiaochuan ha proposto di porre più enfasi sui diritti speciali di prelievo (Sdr) dell'Fmi, come primo passo verso una stabilizzazione dei rapporti tra valute senza legami diretti con stati sovrani.
Ma le proposte di ridimensionamento del dollaro hanno anche un filone giapponese di lunga data. Durante la crisi asiatica del 1998, fu il premier Obuchi a suggerire una "internazionalizzazione" dello yen, mentre alcuni mesi fa l'ex premier Yasuhiro Nakasone ha invocato l'introduzione dell'Acu (Asian currency unit) come cocktail di monete. Già nel 2005, alla Dieta, Hatoyama si dichiarò in favore di modifiche costituzionali che consentano cessioni di sovranità come quelle avvenute in Europa per consentire la nascita dell'euro. Il premier non si nasconde che occorrerà, per la moneta unica regionale, non solo almeno 10 anni di gestazione, ma anche una nuova "cornice di sicurezza".
Sono obiettivi per cui Tokyo (e di riflesso l'America) dovrà assumere i maggiori oneri sia sul piano politico sia su quello tecnico. La premessa politica dovrà essere una riconciliazione storica con i vicini: l'occasione-chiave potrà arrivare nel 2010, centenario dell'annessione della Corea (il presidente Lee vuole scoprire le carte di Hatoyama e ha invitato l'Imperatore a Seul). Secondo Takehiko Kondo, docente di economia alla Meisei University, Tokyo dovrà poi accettare un peso ponderato minore - politicamente indigesto - rispetto alla Cina in una Acu che non escluda il dollaro: «Si può ipotizzare un basket di 5 valute, la cui composizione potrebbe derivare dalle quote di export 2008, servizi inclusi: ne risulterebbe un 33% renminbi, 15% yen, 9% won, 4% baht thailandese, più un 39% dollaro». Il peso del biglietto verde così sarebbe minore rispetto al 44% di un paniere basato sugli Sdr dell'Fmi.
Per Kondo, un'idea simile ha vantaggi evidenti: «Se il renmimbi passerà a fluttuare, i rapporti tra dollaro, yen e renmimbi cominceranno anch'essi a oscillare quotidianamente, producendo instabilità e rischiando di trasformare l'Asia in un'area economica ad alti costi. Senza benefìci né per l'Asia né per il resto del mondo».
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22/09/2009