Oltre Shanghai per l'Expo 2015

Per l'Expo di Shanghai, il più grande della storia, la Cina ha speso circa 45 miliardi di dollari, dieci volte quanto speso dal Giappone nel 2010. A Shanghai la Cina ha offerto una dimostrazione di geometrica potenza: 189 paesi participanti, 57 organizzazioni internazionali, e oltre 73 milioni di visitatori.
Tra cinque anni, tocca all'Italia. Da ieri è ufficiale. Ogni Esposizione Universale ha la sua filosofia, quello di Milano 2015 nasce da presupposti diversi, e l'Italia non disporrà certo di cifre paragonabili a quelle cinesi. Per il Paese che lo organizza, l'Expo svolge un triplice ruolo: mostrare al mondo capacità progettuale e realizzatrice della comunità nazionale e locale; attrarre imprese e capitali dall'estero sul territorio ospitante; promuovere il lavoro e l'imprenditoria nazionali nel mondo. Proprio per le ultime due ragioni, per l'Expo di Milano un percorso idoneo ad aggirare i vincoli di bilancio che limitano l'intervento pubblico è quello di aprire una competizione tra aziende italiane e straniere, per partecipare all'operazione.
Milano è dentro la cosiddetta "Blue Banana", l'area un tempo più ricca e produttiva d'Europa che da Londra si estende alla Renania fino a alla pianura padana, e che oggi mostra qualche crepa. Chiedere alle imprese estere di contribuire alle realizzazioni per Expo 2015 potrebbe aumentare il budget dell'evento, e al tempo stesso attrarre nuovi e stabili investimenti dall'estero.
Per far ciò si dovrebbe garantire quello che le aziende straniere chiedono: non tassazioni di favore, ma tempi e procedure contenuti, e soprattutto certi, delle burocrazie. Non è possibile attrarre investimenti dall'estero se dalle delibere di una giunta regionale passano sei mesi prima che vengano emessi gli atti esecutivi: dalla Padania, le imprese si sposteranno nel Ticino, o nel Rhône-Alpes. Naturalmente, lo stesso snellimento andrebbe esteso alle società italiane che volessero contribuire con investimenti che si potrebbero poi trasformare in siti produttivi permanenti, ed estendere ad altre regioni.
Per quanto concerne la promozione del made in Italy, che è l'altro obiettivo primario dell'Esposizione, occorre passare dalla logica dell'evento a quella della routine. Il padiglione italiano a Shanghai 2010 è stato uno straordinario successo: 7,3 milioni di visitatori in sei mesi, una media di 40mila ospiti al giorno, il secondo padiglione più visitato. Ma questi successi, come quelli delle missioni all'estero di Confindustria-Abi-Ice, vanno consolidati con strumenti operativi che si rivolgano alle imprese italiane, piccole e grandi. Altrimenti restano fuochi di paglia. Per far questo, si devono considerare i costi fissi che le aziende sopportano per internazionalizzarsi al pari delle spese per l'innovazione. Occorre defiscalizzare le spese per consulenza, ricerche di mercato, planning finanziario, export management, che stanno all'internazionalizzazione come le spese per la ricerca stanno all'innovazione.
Il sistema dei voucher, che si sta affermando per stimolare l'innovazione nell'industria, si potrebbe con cautela estendere alle spese per l'internazionalizzazione. Solo così la promozione del lavoro e dell'imprenditoria nazionali nel mondo, una delle finalità dell'Expo, potrà consolidarsi ed estendersi anche alle piccole imprese.
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24/11/2010