Obama: un passo che aiuta la ripresa

NEW YORK. Dal nostro corrispondente
Tutti contenti, Stati Uniti in testa, anche se restano i dubbi su entità e tempi della mossa di Pechino sullo yuan. «La decisione della Cina di aumentare la flessibilità del suo tasso di cambio - ha detto la Casa Bianca - è un passo costruttivo che può contribuire a salvaguardare la ripresa e contribuire ad una economia globale più equilibrata».
Il direttore dell'Fmi Dominique Strauss-Kahn è raggiante: «Uno sviluppo davvero benvenuto che consentirà, come chiede il G-20, il rafforzamento dello yuan». Sulla stessa lunghezza d'onda Bruxelles: per la Commissione europea la decisione presa da Pechino «aiuterà il raggiungimento di una crescita più sostenibile dell'economia globale, contribuendo a ridurre gli squilibri esterni e a rafforzare la stabilità del sistema monetario e finanziario internazionale». Sarkozy definisce «incoraggiante» l'annuncio cinese, il governo giapponese parla di mossa «benvenuta».
Dagli Stati Uniti arrivano però anche toni meno entusiastici. Tim Geithner, segretario al Tesoro, apprezza il gesto ma aggiunge che molto dipenderà da «quanto lontano e quanto rapidamente» andrà la rivalutazione, cioè da quanto sarà «vigorosa». Charles Schumer, senatore democratico di New York che tuonò minacciose ritorsioni commerciali contro Pechino, è ancora più netto. «È un contentino di poco significato fatto giusto prima del G-20». Un giudizio che per una volta lo vede d'accordo con i repubblicani, piuttosto freddi di fronte alla annunciata svolta cinese.
Svolta reale o di facciata, dunque? Il cambiamento indubbiamente c'è, perché sono due anni che lo yuan è di fatto agganciato al dollaro a quota 6,83, nonostante le proteste e le pressioni perché Pechino abbandoni il peg. L'ultima è la lettera dei giorni scorsi di Barack Obama al G-20 in cui chiedeva ai cinesi di rivedere il sistema dei cambi. Due giorni dopo questa svolta. Davvero sincera? A 180 gradi?
Di certo il passaggio da un sistema ancorato a un sistema gestito porta a una conseguenza: il renminbi si apprezzerà nei confronti del dollaro. Ma per capire se parliamo di facciata, come dicono alcuni americani, o di sostanza, come auspica Strauss-Kahn, lo dirà da qui alle prossime settimane soltanto la prova del mercato. Con uno yuan a quota 6,83 contro il dollaro, gli analisti ritengono che la valuta cinese sia deprezzata di circa il 30% su quella americana. È difficile ovviamente immaginare uno yuan "gestito" scendere a quota 5-5,50 a breve. Ma se da qui alle prossime riunioni del G-20, a novembre, ci sarà stato un apprezzamento di almeno il 12-15% - e magari da qui al G-20 di Toronto del 3-5%, allora la Cina avrà fatto sul serio.
Lo sviluppo è possibile. La Cina vuole accrescere la sua statura nel contesto dell'ordine multilaterale. È da tempo che in materia di cambi due fazioni si scontrano ai vertici del paese. Economisti illuminati, appoggiati dalla Banca centrale, sono favorevoli a una maggiore flessibilità. Anche per contenere il rischio di pressioni inflazionistiche, e rilanciare la domanda interna per compensare l'eccessivo peso delle esportazioni. Questa fazione ha acquisito peso dopo che il gruppo Foxconn, fornitore degli iPad alla Apple, per rispondere a una serie di suicidi interni all'azienda, ha deciso di aumentare del 70% gli stipendi. La conclusione: il rischio immagine era più importante della competitività. I politici invece, da vecchi saggi, resistevano: le riserve in valuta, l'occupazione e la crescita a traino delle esportazioni sono stati la via maestra su cui i cinesi hanno costruito margini di profitto stratosferici. E dunque mai lasciare la strada vecchia per la nuova. Come finirà? Speriamo che questa volta abbiano davvero cambiato idea.
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20/06/2010