Obama preme sui cinesi: fate salire lo yuan

NEW YORK. Dal nostro corrispondente
La Cina mostra i muscoli. Il dollaro si indebolisce. Ma lo yuan cinese si rafforza solo a piccoli passi, anzi, piccolissimi: appena il 2% da quando lo scorso 19 giugno la leadership cinese sembrava aver annunciato la svolta verso la rivalutazione. Per questo ieri Barack Obama nel suo incontro bilaterale con il leader cinese Wen Jiabao ai margini dell'Assemblea Generale dell'Onu ha messo in testa all'agenda bilaterale i problemi valutari. Secondo fonti che abbiamo raccolto in ambienti vicini alla delegazione americana il presidente americano è stato deciso. Ha detto con chiarezza che le mezze misure non servono più. Ha apprezzato il ruolo della Cina nei momenti più bui della crisi economica, ma oggi ciascuno deve svolgere un ruolo di traino in modo responsabile. E la Cina non può soltanto esportare senza consumare allo stesso tempo importazioni da altri paesi. La decisione di Obama non è casuale. Il presidente aveva promesso che le esportazioni avrebbero giocato un ruolo importante per il rilancio della crescita e dell'occupazione. Ma così non è stato. Ed è per questo che le elezioni del prossimo novembre, che dovrebbero segnare un forte passo indietro per il partito democratico, si sono trasformate in un referendum sull'operato economico del presidente americano.
Nei suoi colloqui Obama ha riferito delle iniziative in corso in Congresso, alla Camera in particolare, dove una proposta di legge per avviare un processo destinato a stabilire se la Cina mantiene artificialmente basso il suo tasso di cambio potrebbe passare già venerdì prossimo. L'attacco americano a questo punto è concentrico. Ed è bipartitico. In Senato il democratico Chuck Schumer e il repubblicano Lindsay Graham hanno messo a punto una proposta di legge che introdurrà misure protezionistiche se la Cina non adeguerà al più presto il suo tasso di cambio: «Sono deciso a presentarla per una considerazione di voto alla prima occasione possibile» ha detto Schumer la settimana scorsa. Il segretario al Tesoro, Tim Geithner, durante audizioni parlamentari una decina di giorni fa ha indicato nel rapporto di cambio troppo basso con lo yuan cinese uno dei problemi più seri per l'economia americana e per gli equilibri finanziari globali. Il presidente della Camera Nancy Pelosi, per la prima volta un paio di giorni fa ha tolto la pregiudiziale alla proposta di legge. E il deputato Stan Hoyer, il capo della maggioranza alla Camera ha detto che la proposta sarà passata con un'ampia maggioranza e con il consenso dei repubblicani. Subito dopo l'amministrazione dovrà presentare conclusioni sulla debolezza artificiale dello yuan. Se vi saranno prove di manipolazione si potranno considerare delle sanzioni commerciali.
Il lavoro della Camera dunque procede in parallelo a quello del Senato. E queste azioni concentriche puntano a mettere in difficoltà la Cina già durante gli incontri annuali di Fondo monetario e Banca mondiale ai primi di ottobre, ma soprattutto in occasione del G-20 coreano quando vi saranno, attorno al 10-11 di novembre le riunioni a livello di capo di Stato e di governo.
A fronte di queste pressioni la Cina ha risposto con la "tecnica del teflon", del rimbalzo, cara al presidente Ronald Reagan: «Immaginare una rivalutazione dello yuan fra il 20% e il 40% come chiedono alcuni economisti è impossibile», aveva detto ieri mattina il premier cinese Wen Jiabao a New York. E non vi è dubbio che abbia ripetuto le stesse osservazioni nei suoi colloqui con Barack Obama. Secondo il premier, una rivalutazione dello yuan porterà «crisi per l'economia cinese, una chiusura a catena di molte fabbriche e instabilità sociali con forti tensioni».
Insomma una rivalutazione dello yuan rischia di portare la rivoluzione in Cina. Possibile? In un paese gestito con il pungo di ferro? Ovviamente no. La scelta di Wen Jiabao è quella di lanciare una velata minaccia: se l'economia mondiale oggi avanza è grazie al traino cinese. Volete davvero metterlo in crisi? Attenzione. Perché alla fine il danno sarà più forte dei benefici. Questo dibattito in realtà avviene ogni giorno in Cina dove si scontrano due scuole di pensiero. I tecnocrati economici, i banchieri centrali, gli economisti il cui pensiero si forma nei grandi circuiti dell'economia globale, favorevoli a un rilancio della domanda interna cinese e dunque delle importazioni per portare il paese fuori da una dipendenza totale dalle esportazioni. C'è poi il punto di vista della classe politica, convinta davvero che il rischio di cambiare strada nel momento in cui le cose vanno bene potrebbe causare danni al tessuto sociale, incluso come ha detto ieri Wen Jiabao, forse anche in buona fede: «Un massiccio esodo dalle città, schiere di lavoratori torneranno ai campi, dove in questa fase congiunturale non troveranno più neppure lavoro in agricoltura».
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24/09/2010