Obama agli studenti: no alla censura

Mario Platero
SHANGHAI. Dal nostro inviato
Pacato ma affilato, Barack Obama ha usato la parabola di internet e dei valori americani per incoraggiare gli studenti cinesi a combattere la censura, la repressione dei diritti civili, delle minoranze e della libertà di culto. A Shanghai, al suo debutto in Cina, Obama ha ripreso ieri il tema di Tokyo di un paio di giorni fa, secondo cui «l'America non vuole contenere la Cina».
Subito dopo però c'è stato il messaggio sui valori, diffuso durante un "Town Hall Meeting", il "format" che gli è più congeniale, questa volta con 400 studenti universitari della città. Brillante e deciso, con un pubblico ben disposto, Barack Obama ha confessato a uno studente che glielo chiedeva di non aver mai usato il sito di social network Twitter. Poi ha ripreso il tema introduttivo sui diritti fondamentali, di apertura e di informazione libera cari all'America. In Cina, diceva lo studente, 350 milioni di persone che usano Internet e 60 milioni di bloggers sono limitati dalla «grande muraglia di fuoco... possiamo usare Twitter liberamente?». «Non ho mai usato Twitter - ha risposto prontamente Obama - Ma credo nella tecnologia, nell'apertura che arriva con il flusso dell'informazione. Più l'informazione scorre, più una società è forte: governi che rendono conto delle loro azioni, cittadini che pensano a generare nuove idee. Contro la censura». Il Presidente prende atto di tradizioni e culture diverse in altri paesi, come la Cina, ma chiede lo stesso «l'accesso illimitato alla rete». Ovviamente preferirebbe avere meno attacchi, Internet può anche essere usata dai terroristi «...ma il bene prevale a tal punto sul male che è meglio mantenere quell'apertura».
In questa frase c'è tutta la differenza di approccio fra George W. Bush e Barack Obama. Il messaggio sui diritti civili è lo stesso. Ma Bush diceva ai cinesi cosa dovevano fare. Obama racconta l'America e quanto l'applicazione di certi valori, universali, sia positiva per gli americani.
Gli studenti erano arrivati ordinati, in fila, al museo della scienza e della tecnica di Shanghai. «È molto affascinante», dice Sunye Qing, una ragazza che studia scienze politiche all'università Fudan. La selezione degli studenti è avvenuta in base alla conoscenza delle lingue, alla facoltà e all'esito di un'intervista. «Obama mi piace molto - dice un'altra giovane, Shan Gang - perché è intelligente, "charming" e bello. E perché potrà cambiare le cose». Rispetto all'intervento di Bill Clinton del 1998 all'università di Pechino, colpisce la differenza nell'atteggiamento degli studenti. Allora, con la Cina pronta ad esplodere, gli studenti erano aggressivi, ideologici, nazionalisti. Ma ieri non si percepivano posizionamento ideologico o ostilità. Domande poste sempre con molto rispetto. E applausi garbati alle otto risposte di Obama, ora sul premio Nobel - «che non merito», ora sul gemellaggio Shanghai/Chicago, «ho visto il vostro sindaco, abbiamo da imparare in materia di trasporti urbani». L'unica risposta che non è piaciuta è stata quella su Taiwan, quando Obama ha riaffermato la politica di una sola Cina.
Il suo arrivo ha scatenato una corsa al gadget. Le autorità hanno però fatto piazza pulita da giorni di articoli che lo ritraggono. La maglietta Oba mao (che lo raffigura con il cappello del leader comunista), prima diffusa in Cina e poi ritirata dalle autorità, ha tra l'altro messo nei guai una reporter americana. Emily Chang, corrispondente della Cnn, è stata infatti arrestata per due ore dalla polizia locale per aver filmato la t-shirt.
Obama ha poi ricordato che Cina e Stati Uniti sono in grado insieme di risolvere i problemi globali. Un ritorno alla vecchia tesi del G-2: «È anche una responsabilità, il mondo ci chiede di risolvere alcuni dei problemi più difficili». Il commento suona vero, anche in senso opposto: le due superpotenze possono anche frenare una soluzione. È successo al vertice Apec di Singapore, quando si è compromessa la possibilità di un successo al vertice sull'ambiente di Copenhagen.
Ieri notte Obama è arrivato a Pechino, dove parteciperà a una cena offerta dal presidente cinese Hu Jintao. Oggi il vertice vero e proprio, in cui il presidente presterà più attenzione al ruolo della Cina come finanziatore degli Stati Uniti che a quello di mancato tutore di alcuni diritti. Tibet e uiguri non erano stati menzionati nel discorso di Tokyo. Obama non ne ha parlato neppure ieri.
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17/11/2009