NUOVO RECORD: A MAGGIO INFLAZIONE +5.5%

Pechino, 14 giu.- Il fatto che la stangata fosse prevista non l'ha resa meno difficile da digerire: i dati diffusi oggi dall'Ufficio Nazionale di Statistica di Pechino mostrano che a maggio l'indice dei prezzi al consumo è cresciuto del 5.5%, segnando così il record degli ultimi 34 mesi.

 

Il lieve rallentamento di aprile - quando l'indicatore si era attestato a +5.3%, dopo il +5.4% di marzo - non ha avuto seguito: "La pressione inflattiva continua a picchiare - ha dichiarato il portavoce dell'Ufficio Nazionale di Statistica Sheng Laiyun nel corso della conferenza stampa di presentazione dei dati -, e riteniamo che l'inflazione sia stata causata principalmente da un aumento dei prezzi dei generi alimentari, situazione aggravata dalla recente siccità (questo articolo). A maggio, ad esempio, il prezzo della carne di maiale è cresciuto del 40% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno". L'inflazione media nel 2011 si è finora attestata a quota 5.2% e l'obiettivo fissato dal governo, che consiste nel contenerla entro il 4%, appare adesso sempre più difficile da raggiungere.

 

In alcuni commenti pubblicati nel fine settimana una voce autorevole come quella di Zhang Zhuoyuan, economista dell'Accademia Cinese di Scienze Sociali, il più importante think-tank cinese, ha dichiarato che l'inflazione potrebbe toccare il 6% nel mese di giugno, predicendo anche che la media annuale si attesterà intorno al 5%.

 

La reazione di Pechino è stata fulminea: People's Bank of China ha ordinato stamattina un nuovo aumento di mezzo punto percentuale del coefficiente di riserva delle banche -il quinto dall'inizio dell'anno - per drenare ulteriormente la liquidità in eccesso presente nel sistema. L'aumento entrerà in vigore dal 20 giugno prossimo, costringendo i principali istituti di credito del paese a vincolare il 21.5% delle riserve presso la Banca centrale.

 

Durante la crisi globale Pechino è riuscita a mantenere prestazioni brillanti e ha chiuso lo scorso anno con una crescita del 10.3%, superando il Giappone e diventando così la seconda economia mondiale. Alcuni economisti, però, ritengono che le cause dell'attuale zampata inflazionaria vadano rintracciate anche nelle politiche adottate per contrastare la crisi: oltre al pacchetto di stimoli economici da 4mila miliardi varato dal governo, si stima che nel biennio 2009-2010 le banche abbiano erogato nuovi prestiti per la cifra record di 17500 miliardi di yuan (pari a 1900 miliardi di euro), circa un quarto del totale dell'economia cinese nello stesso periodo, che avrebbero contribuito in maniera determinante a innalzare il livello di liquidità nel sistema. Il Dragone, inoltre, sta risentendo come tutti dell'alto prezzo delle commodities, altro fattore che contribuisce a innalzare il costo della vita.

 

Che le cause siano interne o esterne, l'inflazione si conferma come la vera bestia nera del governo cinese: "L'inflazione è una tigre" aveva detto a marzo nel suo discorso di apertura dell'Assemblea Nazionale del Popolo il premier Wen Jiabao, assicurando che la riduzione del costo della vita rappresenta la priorità della leadership. Ma mentre l'indice dei prezzi al consumo aumenta, altri dati suggeriscono che il ritmo della crescita cinese starebbe rallentando: è il caso ad esempio del Purchasing Managers' Index, l'indicatore del manifatturiero che a maggio ha registrato la crescita più lenta degli ultimi nove mesi (questo articolo).  Una tendenza confermata anche dal leggero rallentamento della produzione industriale, che secondo i dati diffusi oggi a maggio è cresciuta del 13.3% rispetto al 13.4% di aprile. Il governo si trova così diviso tra l'esigenza di continuare a sostenere la crescita e quella di evitare un surriscaldamento, che continuerebbe ad alimentare il costo della vita, conducendo i prezzi al di là della portata della maggior parte della popolazione.

 

Adesso, in molti attendono un nuovo aumento dei tassi d'interesse, che Pechino ha già innalzato due volte dall'inizio dell'anno. Basterà ad evitare il contraccolpo? L'ecomomista Nouriel Roubini, l'uomo che predisse la crisi del 2008, ritiene che Pechino potrebbe trovarsi in seria difficoltà nel giro di due anni: "C'è una significativa probabilità che l'economia cinese attraversi un brusco rallentamento nel 2013 - ha detto Roubini nel corso di una conferenza economica a Singapore -, sessant'anni di statistiche ci mostrano che un eccesso di investimenti conduce le economie a un brusco atterraggio dopo il decollo. È stato il caso dell'Unione Sovietica negli anni '60-'70 e delle tigri asiatiche prima della crisi del 1997. Recentemente sono stato a Shanghai e ho preso il treno ad alta velocità diretto ad Hangzhou, ma il treno era per metà vuoto e la stazione era vuota per tre quarti. Accanto alla stazione c'era una nuova autostrada, che mi sembrava altrettanto vuota, e oltre c'era un aeroporto, con il quale si poteva volare ad Hangzhou. Non c'è alcun elemento razionale perché un paese come la Cina, al suo attuale livello di sviluppo, possegga non solo un doppione, ma tre diversi progetti di infrastrutture che svolgono la stessa funzione".

 

di Antonio Talia

 

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