NORMA USA CONTRO YUAN: L'IRA DI PECHINO  (copy)

Pechino, 4 ott.- Il ministero degli Esteri cinese si oppone "inflessibilmente", il ministero del Commercio la definisce una decisione che "potrebbe mettere a repentaglio gli sforzi comuni per la ripresa dell'economia mondiale", e la Banca centrale parla esplicitamente di "rischio di guerra commerciale": anche se in questo periodo la Cina è ferma per le tradizionali festività di ottobre, nella mattinata di martedì Pechino ha reagito indignata alle ultime decisioni del Senato di Washington.

 

Il Senato americano ha approvato lunedì scorso con 79 voti contro 19 l'apertura di un dibattito lungo una settimana su una norma che -se approvata- permetterà di imporre nuovi dazi doganali sulle merci importate da nazioni che "svalutano la propria valuta", una legge che sembra ideata apposta per colpire la Cina e la sua moneta, lo yuan.

 

Con una nota diramata sul sito del ministero degli Esteri di Pechino nella mattinata di martedì, il portavoce Ma Zhaoxu ha accusato gli Stati Uniti di portare la questione della rivalutazione dello yuan su "un piano politico":"Con la scusa dei cosiddetti squilibri valutari, il Senato USA adotta una misura protezionista che contravviene gravemente alle norme della WTO e minaccia seriamente le relazioni  sino-americane sul piano economico e commerciale" si legge nel comunicato. Il portavoce ha ribadito la tradizionale formula con la quale la Cina si impegna ad aumentare la flessibilità della sua moneta, e ha poi raccomandato ai legislatori americani di "evitare il protezionismo" e di "guardare le relazioni economiche tra Cina e Stati Uniti da un punto di vista più ampio", in quello che può essere letto tanto come un richiamo agli sforzi congiunti tra Washington e Pechino per superare la crisi economica, quanto come un riferimenti al fatto che il Dragone, con le sue immense riserve di valuta estera, è il primo creditore dell'America. "La Cina si oppone inflessibilmente a questa norma" ha concluso Ma Zhaoxu.

 

Le altre reazioni sono arrivate poco dopo, sempre sotto forma di comunicati: "Ogni mossa degli Stati Uniti per forzare la Cina ad apprezzare lo yuan mette a repentaglio i tentativi comuni per ristabilire la crescita economica globale" si legge nella nota del ministero del Commercio.

 

L'affondo tecnico è affidato alla nota della Banca centrale: "La bozza approvata dal Senato americano non solo non risolverà i problemi dell'economia statunitense- dice People's Bank of China-, ma potrebbe gravemente influenzare l'intero processo con cui la Cina sta riformando il proprio meccanismo di tasso di cambio, e potrebbe anche condurre a una guerra commerciale alla quale non vogliamo assistere".

 

Opposizione su tutta la linea, dunque. Ma a cosa puntano il senatore repubblicano Harry Reid –promotore della norma-  e il vasto schieramento bipartisan che ormai ritiene la moneta cinese il problema numero uno per l'economia statunitense?  La norma consentirebbe al dipartimento del Commercio di Washington di trattare le valute stimate al di sotto del loro valore effettivo alla pari con quanto prevedono le leggi statunitensi in materia di sussidi di Stato sulle merci. In altri termini, se la misura verrà adottata, le aziende USA potranno chiedere al governo di adottare imposte per bloccare l'import di beni cinesi. Anche se l'applicazione delle nuove tasse contro la concorrenza sleale andrebbe adottata caso per caso, ci sono i presupposti per un'aspra battaglia commerciale contro Pechino.

 

Attualmente, lo yuan-renminbi non è una moneta convertibile: la Banca Centrale fissa un tasso di riferimento e limita le perdite o i guadagni all'interno di una banda di oscillazione che si situa allo 0.5% rispetto a tale livello.  La Cina, inoltre, limita anche la conversione ai fini di investimento ,e ha ammassato le sue immense riserve in valuta estera- stimate in 3200 miliardi di dollari- anche attraverso la vendita continua di yuan, disposta per evitarne un eccessivo apprezzamento. Le polemiche che circondano lo yuan si sono intensificate dopo lo scoppio della crisi finanziaria globale: Washington, in particolare, accusa sistematicamente Pechino di mantenere artificialmente basso il valore della sua moneta per aggiudicarsi un vantaggio sleale negli scambi con l'estero. Nel giugno dello scorso anno la Cina ha sospeso l'ancoraggio di fatto al dollaro che era stato inaugurato proprio poco dopo lo scoppio della crisi, e da allora lo yuan si è costantemente apprezzato sul dollaro, anche se ben al di sotto della percentuale sperata dagli americani. Secondo Pechino, infatti, la ragione dell'immenso squilibrio nella bilancia commerciale tra USA e Cina, che pende tutto a favore di quest'ultima, va rintracciato nel blocco esercitato sulla vendita di tecnologia americana, e non nel tasso di cambio dello yuan. Secondo Washington, invece, il sistema per fissare i tassi di cambio adottato dalla Cina le consente di scambiare la sua moneta a un valore tra il 25% e il 40% a quello reale, uno stratagemma che consente al Dragone di inondare i mercati con i suoi prodotti.

 

Nei prossimi giorni a Washington si assisterà a un serrato dibattito tra chi, repubblicano o democratico, ritiene che la norma possa salvaguardare posti di lavoro americani e chi invece ritiene che la legge si risolva esclusivamente in un boomerang contro la stessa economia americana. Nei giorni scorsi l'amministrazione Obama, cui spetta comunque l'ultima decisione se la legge dovesse essere approvata da Senato e Camera dei Rappresentanti, ha fatto sapere di "condividere l'obiettivo della norma", ma di volerla vagliare per valutare se "essa corrisponda agli obblighi contratti dagli Stati Uniti in sede internazionale".

 

di Antonio Talia

 

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