Non tutto il deficit vien per nuocere

Tra gennaio e agosto l'Italia ha accumulato un deficit commerciale con la Cina di oltre 11 miliardi di euro. Il dato è indice di una competitività zoppa e affannata. Ma forse non così inquietante se osservato con attenzione. Intanto un deficit, anche rilevante, con un solo paese può non essere grave se compensato da surplus in altri mercati. I dati Istat ci dicono che, se escludiamo i prodotti energetici, l'Italia mantiene un saldo commerciale positivo di oltre 20 miliardi di euro verso l'esterno della Ue. Il deficit con la Cina (con cui scambiamo solo manufatti) è dunque compensato da esportazioni nette in altri paesi, anche se non sufficienti a pagare pure per le importazioni di gas e petrolio.
Anche la Germania, campione di surplus, importa dalla Cina quasi il 50% in più di quanto esporti. I paesi si specializzano, in alcuni mercati comperano più di quanto vendano e in altri il contrario. Quel che conta è il saldo totale. La Germania fa meglio di noi, ma la nostra situazione complessiva è migliore di quanto indichi il solo saldo cinese.
La composizione del nostro export verso la Cina ci dà un altro segnale parzialmente incoraggiante. Oltre metà delle nostre esportazioni sono costituite da macchine industriali, settore in cui Pechino è meno forte. Tra gennaio e luglio le vendite di questi prodotti sono cresciute del 27% rispetto allo stesso periodo del 2009, mentre quelle cinesi da noi dell'11%. Ci sono dunque settori e attività in cui manteniamo un chiaro vantaggio competitivo.
Infine, le importazioni di beni cinesi sono in parte componenti per i nostri prodotti da esportazione. Certo è concorrenza per i produttori nazionali, ma avere a disposizione parti e semilavorati a costi ridotti aiuta le imprese che li utilizzano ad essere più competitive.
Ma nonostante le macchine utensili, la specializzazione produttiva italiana continua ad essere molto esposta verso la concorrenza cinese. Il settore che soffre di più è il tessile, con un deficit di quasi 4 miliardi. Ancora una volta la specializzazione potrebbe risolvere il problema: l'Italia produce alta qualità a la Cina soddisfa le fasce basse della domanda. In realtà il margine per l'high quality italiano si sta stringendo, con il paese asiatico e non solo, sempre più presente in questi segmenti.
Infine, problema generale, non esportiamo abbastanza verso questo mercato in crescita rapida. Le vendite italiane sono circa un sesto di quelle tedesche. Perché? Il nodo è la nostra struttura produttiva: imprese troppo piccole e non abbastanza capitalizzate per andare in mercati così lontani. Molte di loro sono campioni gloriosi, che a parità di condizioni fanno molto meglio delle loro controparti tedesche. Ma le condizioni non sono pari: il sistema tedesco è più strutturato e solido. È colpa dell'Ice debole e del governo che non si dà da fare, pensano in molti. In parte è vero, ma anche il primo ministro miglior venditore del mondo (e su questo fronte non facciamo certo difetto) può fare poco se la struttura è fragile.
barba@unimi.it
© RIPRODUZIONE RISERVATA

28/09/2010