Non è tempo di riserve

La crisi che quest'anno ha scosso la zona euro incombe sui paesi del G-20, riuniti a Seul per trovare un'intesa sul protezionismo. La crisi scoppiata in Grecia ha messo a nudo la fragilità di uno degli elementi chiave delle unioni valutarie: mettere gli interessi in comune crea un valore importante, che tende a beneficiare in modo sproporzionato i membri finanziariamente meno collegiali dell'Unione. In assenza di controlli, spesso e volentieri alcuni membri cercheranno di sfruttare questo dato di fatto a proprio vantaggio, come ha fatto spudoratamente la Grecia negli ultimi anni.
Fortunatamente, gli sforzi titanici dell'Unione Europea, con l'aiuto del Fondo monetario internazionale, sono riusciti a sventare le minacce per l'euro. I problemi valutari si sono estesi al sistema finanziario globale che, come la zona euro, deve rispettare determinate regole per sopravvivere. Non sto parlando solo dei noti attriti fra Cina e America, ma anche della tendenza a ricercare un vantaggio competitivo attraverso la manipolazione della moneta in un mondo dove questo non è possibile, considerando che la bilancia globale delle partite correnti è a saldo zero.
La Cina negli ultimi anni è diventata una forza economica di primo piano sulla scena mondiale. Ma non ha ancora scelto di assumersi quegli obblighi economici globali che il suo status economico impone. Le autorità cinesi sono ancora convinte (sbagliando, a mio parere) che se non riusciranno a impedire la rivalutazione della loro moneta e a tenere in piedi il boom delle esportazioni, il loro paese andrà incontro a una fase di contrazione economica e - cosa che vedono con terrore - instabilità politica. Ma sono anche consapevoli che la Cina ha bisogno del mercato globale per prosperare, e che se dovesse prendere piede un protezionismo su larga scala a rimetterci sarebbe soprattutto la prosperità del paese. La Cina sembra ricercare un punto d'equilibrio, con un apprezzamento modesto dello yuan rispetto al dollaro.
Anche l'America sta portando avanti una politica di indebolimento della valuta. La sottovalutazione dello yuan e il recente indebolimento del dollaro stanno producendo, necessariamente, un rafforzamento dei tassi di cambio nel resto del mondo a tutto svantaggio del resto del mondo medesimo. La coperta è corta: se si allunga da una parte si accorcia dall'altra.
I leader dei paesi del G-20 potranno constatare che nonostante l'aspra retorica politica, il protezionismo finora non è riuscito a guadagnare terreno. Questa è forse una delle sorprese più piacevoli dell'anno. Al vertice del G-20 del 2009, forse il più produttivo finora, i partecipanti affermarono con decisione l'importanza del libero scambio a livello mondiale. La necessità di trasformare queste parole edificanti in azione immediata sarà al centro del summit di questi giorni.
Il sistema commerciale mondiale può tollerare una modica quantità di protezioni, senza che questo infici la sua capacità tendenziale, insieme al sistema finanziario, d'indirizzare buona parte dei risparmi mondiali verso gli investimenti potenzialmente più produttivi. Tutto questo di solito ha l'effetto d'incrementare la crescita della produttività e il tenore di vita a livello globale. Ma è un sistema che presenta anche significativi e preoccupanti difetti.
Non dobbiamo inibire i flussi di capitale determinati dal mercato, che riflettono quello spostamento di risorse attraverso i confini nazionali capace di accrescere la produttività globale. Questi flussi sono i principali fattori determinanti di auspicabili riallineamenti del tasso di cambio. Ma è necessario scoraggiare l'accumulo di riserve valutarie il cui unico scopo è mantenere basso il cambio per ricavare un vantaggio competitivo per le proprie esportazioni. Queste, naturalmente, sono state le conseguenze, distorsive per il mercato, dell'accumulo da parte della Cina di oltre 2mila miliardi di dollari dal 2000 a oggi.
Il G-20 può promuovere, attraverso l'Fmi, una serie di regole che limitino l'accumulo di riserve valutarie e sterilizzino i flussi di capitale in ingresso. La Cina forse necessiterà di un periodo di aggiustamento più lungo, fissato ufficialmente, e forse sarà necessario adottare misure per gestire i flussi di capitale in ingresso non sterilizzati che minacciano i mercati più piccoli. Ma sarebbe molto più semplice monitorare e controllare una cosa del genere che un patto di stabilità e crescita che comporta un controllo delle entrate e delle uscite del governo centrale.
Limitare la capacità per un paese di mantenere basso il tasso di cambio (limiti all'accumulo di riserve) o smussare l'effetto degli afflussi di capitale non desiderati (sterilizzazione) possono non bastare a dissuadere un paese dall'adottare altre forme di protezionismo. Ma se il G-20 vuole realmente (come afferma) sostenere un sistema di scambi multilaterali aperti e il sistema finanziario internazionale che tali scambi favorisce, dovrebbe essere disposto a rinunciare a un elemento di sovranità per ottenere guadagni netti per tutti.
(Traduzione di Fabio Galimberti)
Alan Greenspan è l'ex presidente della Federal Reserve
© FINANCIAL TIMES

LA LETTERA DI GEITHNER AL G-20

IL MAGGIOR RISCHIO

Per il segretario Usa al Tesoro, « il rischio principale è la crescita insufficiente dei paesi più sviluppati»


GLI EMERGENTI

«I paesi emergenti anche se in forte crescita non potranno da soli stimolare la ripresa economica mondiale»


I TASSI DI CAMBIO

«Occorre fare in modo che i tassi di cambio siano in grado di riflettere i fondamentali economici dei paesi»


LA COOPERAZIONE

«Per ridurre gli squilibri commerciali dei paesi è necessario lo sviluppo di un nuovo quadro di cooperazione»



12/11/2010