Nobel al dissidente Liu Xiaobo

SHANGAI. Dal nostro corrispondente
Dopo ventun anni il Premio Nobel per la Pace torna in Cina. Ieri il Comitato norvegese che nel 1989 insignì della prestigiosa onorificenza il Dalai Lama ha assegnato il premio 2010 al dissidente Liu Xiaobo. «Per oltre due decenni, Liu Xiaobo è stato un fervido sostenitore dei diritti umani in Cina» recita la motivazione del Comitato per il Nobel. Per questa ragione, l'intellettuale firmatario e promotore di Carta 08 (documento con cui poco prima delle Olimpiadi di Pechino oltre 10mila persone avevano chiesto al governo cinese di rispettare i diritti umani), il giorno di Natale del 2009 fu condannato a 11 anni di carcere. Contro di lui un'accusa pesantissima: istigazione alla sovversione contro i poteri dello stato. Su questa base, i giudici di Pechino comminarono a Liu Xiaobo (che frattanto era già stato arrestato) la pena più dura mai emessa da un tribunale cinese dopo l'introduzione a metà degli anni '90 del reato di istigazione sovversiva.
«La severa punizione toccata a Liu ne ha fatto il principale simbolo della lotta per l'affermazione dei diritti umani in Cina» afferma il comitato per l'assegnazione dei Nobel. Parole dure a cui la Cina ha replicato ancora più duramente. «L'assegnazione del Nobel per la Pace a Liu Xiaobo è un'oscenità in aperta contraddizione con lo spirito del premio stesso, giacché questo signore è un criminale che ha violato ripetutamente le leggi cinesi» ha tuonato ieri Pechino che ha mandato la polizia a casa del premiato e fatto una precisa minaccia: questa decisione potrebbe minare le relazioni diplomatiche con la Norvegia. Una decisione che la Cina ha cercato di avversare fino all'ultimo momento con tutti i mezzi a sua disposizione. Ma il comitato del Nobel non è il ministero di un paese africano, né il consiglio di amministrazione di un'azienda energetica indonesiana, né la giuria di una gara olimpica di scherma. Oslo se ne infischia delle minacce, delle lusinghe o dei soldi. Così, nonostante lo scetticismo della vigilia, come accaduto altre volte in passato, il Nobel per la Pace è andato al candidato più scomodo.
Cinquantaquattro anni, originario di Changchun, grande città della Manciuria cinese, un master e un dottorato in letteratura che gli valgono una cattedra all'Università di Pechino, girovago negli atenei del mondo: Columbia, Hawai, Oslo. Nella primavera 1989, Liu Xiaobo si schiera con il movimento studentesco di Piazza Tiananmen e organizza uno sciopero della fame. Dopo la repressione perde la cattedra all'Università di Pechino e finisce in carcere per due anni.
Tornato in libertà, Liu riprende la sua attività di scrittore e critico letterario e ricomincia a occuparsi di politica. Non per molto. Le sue posizioni critiche sulla questione tibetana e sul ruolo del partito unico non piacciono al regime, che lo sbatte in un campo di rieducazione per altri tre anni. L'anno scorso, Liu è arrestato con l'accusa di istigazione sovversiva per aver promosso Carta 08, documento con cui attivisti, professori, dissidenti e intellettuali chiedono al governo di rispettare i diritti umani, avviare una riforma del sistema politico imperniato sul partito unico e garantire l'indipendenza dei giudici. Nonostante i ripetuti appelli giunti dal mondo intero, da allora Liu non è più uscito di galera. A meno di miracoli in grado di ribaltare il "processo farsa" del 2009 (così molti avvocati hanno bollato la rapida sequenza con cui il dissidente è stato condannato in primo e secondo grado), il Nobel per la Pace non tornerà in libertà prima del 2020. Tra due mesi, a Oslo, toccherà sicuramente a qualcun altro l'onore di ritirare il premio.
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PICCONATE AI REGIMI

Lista lunga un secolo
Il professor Liu è l'ultimo di una lista di dissidenti, premiati con il Nobel per la Pace. Uomini e donne imprigionati o perseguitati nei loro paesi diventati simboli di resistenza. Il primo fu il giornalista tedesco Carl von Ossietzky premiato nel 1935 durante la prigionia in un campo di concentramento nazista dove si ammalò di tubercolosi (morì nel 1938). Cinquant'anni dopo, nel 1975, toccò al fisico nucleare Andrei Sakharov (nella foto in alto) che non potè lasciare l'Unione Sovietica per ritirare il premio consegnato alla moglie Elena Bonner Sakharova

Da Mosca a Varsavia
Un'altra scelta che aiutò la lotta dei dissidenti nel blocco sovietico durante la guerra fredda fu il premio a Lech Walesa (nella foto in basso), leader del sindacato Solidarnosch e Nobel nel 1983. Anche in questo caso il premiato non era presente alla cerimonia per timore di non poter tornare in patria, al suo posto la moglie Danuta. I soldi del premio furono devoluti al sindacato simbolo della lotta al regime. Tre anni prima, nel 1980, la giuria di Oslo mise il becco nella feroce dittatura argentina: fu premiato Adolfo Esquivel, attivista per i diritti umani in carcere per due anni senza processo

Lotta per la libertà in Asia
Negli anni 90 il Nobel si sposta in Asia. Nel 1989 viene premiato un'altra spina nel fianco di Pechino, il Dalai Lama (nella foto in alto), ovvero il monaco Tenzin Gyatso, e la sua resistenza non armata all'esercito cinese in favore del Tibet. Due anni dopo, nel 1991, il mondo conosce la lotta di Aung San Suu Kiy (foto in basso), leader dell'opposizione al regime dei militari in Birmania. L'attivista è agli arresti domicialiari da 20 anni: finirà di scontare la pena il prossimo 13 novembre, una settimana dopo le elezioni

L'avvocato anti-ayatollah
Nel 2003 il Nobel arriva in Iran. È premiata l'avvocato Shirin Ebadi, da anni voce contro il regime ora guidato da Mamoud Ajmadinejead. Oggi vive soprattutto all'estero, durante le proteste post-elezioni del 2009 sono stati arrestati la sorella e il marito

09/10/2010