Neocolonialismo alla cinese

di Alberto Negri Non toccate Omar al-Bashir: la Cina insorge contro il mandato d'arresto dell'Aja, in compagnia dell'Iran e di un vasto corteo di potenze arabe e musulmane, di regimi autoritari e dispotici. Corano e metano, armi e petrolio, sono gli ingredienti delle guerre del Sudan e di questa parte dell'Africa, lungo il bacino del Nilo. L'avanzata africana di Pechino è stata una delle tendenze più eclatanti di questi anni. Un quarto di secolo fa gli scambi cinesi con l'Africa arrancavano sotto il miliardo di dollari, oggi sono intorno ai 60, proiettati a quota cento.
La presenza cinese nel continente risale agli anni 60, quando dopo l'emancipazione coloniale la Cina si presentò, in concorrenza con l'Unione Sovietica, come portabandiera del terzomondismo, «in nome della fratellanza tra i popoli». Gli slogan, fuorvianti e propagandistici, sono rimasti ma le cose sono un po' cambiate quando è esplosa la crescita di un'economia affamata di materie prime e l'Africa è diventata il primo obiettivo. I cinesi assicurano che loro investono in regioni sottosviluppate, rifiutate dagli occidentali. Una mezza verità, naturalmente: Pechino sa per esperienza che le multinazionali preferiscono non lavorare in Paesi instabili o conflittuali e quando accade vengono inevitabilmente messe sotto pressione da istanze di diritti umani o associazioni ambientaliste, costrette quindi ad abbandonare il campo sotto l'accusa di alimentare guerre e conflitti. Governo e compagnie cinesi, al contrario, se ne infischiano dei diritti umani e le critiche sono bollate come «propaganda di ex colonialisti».
Il Sudan è un caso emblematico del neocolonialismo alla cinese. Qui Pechino gode di una sorta di semi-monopolio petrolifero. La Chinese National Petroleum Company, Cnpc, possiede il 40% della Greater Nile Petroleum Operating Company ed è comproprietaria di 1.600 chilometri di pipeline che vanno dai giacimenti al terminale di Port Sudan; la Cina ha costruito la raffineria di Khartoum, controlla una vasta rete di stazioni di servizio e i campi petroliferi del Darfur. Nei vent'anni del regime di Bashir, i cinesi hanno attivamente sostenuto le campagne di bombardamenti e le deportazioni, prima contro la popolazione cristiana del Sud e poi in Darfur. Per difendere le posizioni cinesi l'ambasciatore Liu Guijin si è spinto a dichiarare: «Voi occidentali in Africa vi siete mangiati per un secolo tutta la carne lasciandoci un po' di zuppa, solo perché adesso ne abbiamo bevuto un sorso ci condannate severamente». I cinesi non sono certo interessati alla stabilità o al benessere dei sudanesi o degli africani in generale, anzi. È proprio il contesto di violenza e disintegrazione che consente a Pechino di versare al Sudan una quota del 5% sullo sfruttamento dei pozzi, la più bassa nella storia dei contratti petroliferi.
Importare petrolio e materie prime, esportare manodopera e agricoltori, questo è il progetto africano della Cina, in Sudan, Camerun, Congo, Zambia, Gabon, fino allo Zimbabwe dell'impresentabile Mugabe. «L'Africa ha molti Stati ricchi di terra ma il cibo che ne proviene non è all'altezza. Che male c'è nel consentire ai cinesi di lasciare il loro Paese per diventare agricoltori in un altro?», ha dichiarato Li Rogou, capo della China Exim Bank. Il cinico pragmatismo dei cinesi non bada troppo alle regole e a possibili sanzioni, ben sapendo che Pechino è un pilastro della globalizzazione, quindi intoccabile. La Cina lascia quindi agli occidentali l'ingombrante "fardello" dell'uomo bianco: diritti umani e civili, codici e tribunali internazionali, ai quali peraltro non tutti dalle nostre parti mostrano di credere con fermezza.
alberto.negri@ilsole24ore.com

06/03/2009