Nemmeno uno yuan nella busta della spesa

La tesi secondo cui Stati Uniti e Cina si stanno avviando verso un'imminente riduzione, se non eliminazione, del loro divario commerciale ha provocato un certo fermento sui media e nella blogosfera. Il dibattito è stato innescato da un documento presentato da Martin Feldstein, economista di Harvard, durante l'assemblea annuale dell'American Economic Association all'inizio di questo mese. Come ha spiegato Feldstein, dato che i consumatori statunitensi cominciano a risparmiare di più e quelli cinesi probabilmente inizieranno a risparmiare di meno, gli squilibri commerciali potrebbero sparire. «Non è difficile immaginare che, da qui a qualche anno, gli squilibri dei conti correnti fra Usa e Cina saranno nettamente inferiori al livello attuale, se non addirittura azzerati», ha scritto.
Non tutti coloro che esprimono pareri sulla tesi di Feldstein la comprendono veramente. Molti sono confusi da un errore comune, anche se Feldstein ha saputo evitare questa trappola. Per esporlo, consideriamo innanzitutto il motivo per cui l'attuale politica della Cina sullo yuan rappresenta un problema per il mondo. Quasi tutti sanno che un disavanzo commerciale deriva dal fatto che un paese spende più di quanto guadagna. Alcuni traggono quindi la conclusione che, siccome il problema dipende da squilibri di spesa, la politica relativa al tasso di cambio non c'entra nulla.
Proviamo a immaginare che l'America e la Cina siano i soli due paesi del mondo. Se con il cambiamento delle abitudini di consumo la spesa americana si riduce di 400 miliardi di dollari mentre quella cinese aumenta di pari misura, lo squilibrio commerciale sparisce, giusto? No, non è così semplice. Se gli americani riducessero la spesa per consumi di 400 miliardi di dollari, gran parte di questa riduzione, poniamo il 75%, deriverebbe dalla minore spesa in beni e servizi di produzione americana. Perché? Perché anche il pigiama made in China che un americano acquista da Wal-Mart contiene una componente significativa di valore aggiunto lungo la catena di distribuzione e commercializzazione negli Stati Uniti. La contrazione della domanda quindi inciderà per circa 300 miliardi di dollari sul prodotto americano e per 100 miliardi su quello cinese.
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Intanto, una quota molto inferiore, diciamo il 15% (pari a 60 miliardi di dollari) di quella spesa extra cinese avrà effetti sui beni americani. Quindi, in totale, stiamo parlando di una diminuzione netta della spesa in beni e servizi di circa 240 miliardi di dollari negli Stati Uniti, a fronte di un incremento netto della domanda di beni e servizi cinesi per 240 miliardi di dollari. Nel complesso, la variazione della spesa genera un'economia depressa in America e forti pressioni inflazionistiche in Cina.
Ciò che serve è qualcosa che induca sia i consumatori americani sia quelli cinesi a dirottare parte della loro spesa verso prodotti americani - qualcosa come un aumento del valore dello yuan in termini di dollari, che renda i prodotti cinesi relativamente più costosi. Questo è un altro modo di raggiungere lo stesso risultato: inflazione in Cina e deflazione negli Stati Uniti. Ma che succede se la Cina tenta di frenare l'inflazione aumentando i tassi d'interesse, mentre gli Stati Uniti non hanno margine per ridurre il costo del denaro, che ha già raggiunto la soglia minima? In questo caso la situazione provocherebbe un effetto recessivo su scala mondiale.
Qualsiasi somiglianza fra questo scenario e la vita reale è, ovviamente, del tutto intenzionale. Dunque la tesi esposta appare favorevole a una rivalutazione dello yuan: Feldstein non sostiene che non sarà necessaria.
(Traduzione di Francesca Marchei)
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22/01/2011