Nella mossa dei dazi una catena di conflitti

di Giorgio Barba Navaretti

Le politiche commerciali sono molto selettive nel dispensare costi e benefici. I dazi antidumping imposti dal ministero del Commercio americano sulle importazioni di tubi d'acciaio dalla Cina aiuteranno forse i produttori Usa, ma certo danneggeranno le compagnie petrolifere e tutte quelle società che utilizzano questi tubi nei propri processi produttivi. Tra il 2006 e il 2008 le importazioni di questo prodotto dalla Cina sono aumentate del 203% e hanno totalizzato un valore di 2,6 miliardi di dollari. I dazi preliminari del 31% determineranno una riduzione della concorrenza e un aumento del prezzo dei tubi sul mercato americano.
La mossa del ministero del Commercio, per quanto provvisoria, è indicativa del potere delle lobby protezionistiche negli Usa e ha una valenza simbolica. Anticipa, infatti, la decisione che Obama dovrà prendere il 17 settembre: se confermare i dazi sulle importazioni di pneumatici sempre dalla Cina, proprio alla vigilia del vertice del G-20 di Pittsburgh dove, uniti, americani, cinesi e gli altri 20 grandi ribadiranno il proprio impegno a mantenere fluido e aperto il libero mercato.
La crisi economica rende la posizione di Obama sul commercio molto difficile. A livello internazionale è aumentato il conflitto tra le promesse elettorali di proteggere i lavoratori dei settori in difficoltà e la necessità di rafforzare gli scambi e la cooperazione globale. L'agenda multilaterale del presidente americano mal si concilia con la difesa d'interessi settoriali, per quanto simbolici. L'impegno collettivo dei paesi del G-20 a tenere aperti i mercati si fonda sulla convinzione che il commercio internazionale sia uno dei pilastri su cui fondare la ripresa economica.
Anche sul territorio americano gli interessi in gioco e la spartizione dei costi e benefici del protezionismo sono piuttosto confusi. Parte della protezione andrebbe a favore d'imprese straniere. La richiesta d'introdurre dazi contro la Cina, infatti, è stata fatta, oltre che dai giganti nazionali come Us Steel e dal sindacato United Steelworkers, anche dalla sussidiaria americana della Evraz, il secondo produttore d'acciaio russo.
Inoltre, il ciclo economico rende difficile capire le caratteristiche del mercato e gli effetti dei dazi. La richiesta d'intervento, motivata dai presunti sussidi del governo cinese ai propri produttori, è stata fatta in un periodo in cui la domanda di tubi era tale (grazie al boom petrolifero) che le aziende americane non erano in grado di star dietro agli ordini.
Ora, con il prezzo del petrolio si sono anche ridotte drasticamente le importazioni dalla Cina. Un'azione antidumping può essere attivata solo se è dimostrabile il danno al settore produttivo nazionale. Questo non sembra essere stato il caso in entrambe le fasi del ciclo economico.
C'è poi conflitto tra la posizione dei lavoratori e quello delle imprese. È indicativo che la richiesta di dazi sugli pneumatici sia stata avanzata unicamente dal sindacato e non sia stata sottoscritta dai produttori americani. Molti di questi, infatti, hanno delocalizzato la produzione in Cina e i dazi aumenterebbero il costo dei prodotti reimportati sul territorio nazionale. Insomma, la crisi accentua tutti i conflitti d'interesse messi in gioco dal protezionismo.
Fra l'altro i paesi emergenti hanno una posizione contrattuale molto più forte di quelli industrializzati nelle guerre commerciali. Le regole della Wto, infatti, fissano i dazi potenziali massimi che i paesi possono applicare. Ma questi sono piuttosto elevati per i paesi emergenti, comunque più alti di quelli effettivi attualmente in vigore. Dunque, questi paesi hanno margini di manovra per aumentare le tariffe maggiori di quelli industrializzati, bloccati da dazi potenziali bassi. L'incapacità della diplomazia globale di concludere gli accordi di Doha ha anche la grave conseguenza di lasciare il fianco di Usa, Europa e Giappone particolarmente esposto a una ritorsione commerciale delle economie emergenti.
Per queste ragioni è auspicabile che la saggezza di Obama annulli i dazi americani trasformandoli in un inutile, per quanto pericoloso, fuoco di paglia.
barba@unimi.it
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12/09/2009