Nel tumulto di Shanghai la costante dello sviluppo è la pianificazione dall'alto

Si può scrivere un microcosmo di un macrocosmo? Si possono cercare le tracce e i soggetti in una megalopoli di 20 milioni di abitanti come Shanghai senza perdersi? Soprattutto se si è abituati a scrivere di quella città infinita che è Milano, che degrada dolcemente e si perde nella verde Brianza delle fabbrichette e delle villette a schiera. Ci ho provato. Convinto come sono, che rinchiudersi in quelle fabbrichette e ancor di più nei microcosmi delle villette, pensando di tutelarsi con dazi per le merci cinesi e sistemi d'allarme che possono tenere fuori i maleintenzionati ma non il mondo e i nostri fantasmi, non è buona pratica del moderno. Per questo mi pare utile guardare oltre i capannoni della pedemontana lombarda, il pratino verde di fronte alle villette a schiera con i nanetti e la Bmw in garage. Per capire se e quanto terrà il nostro modello di fabbrica diffusa che ha nel capannone e nella villetta i veri simboli di una antropologia operosa molto cinese. Ti vien da dubitarne appena atterri. Pensi alle nostre diatribe localistiche tra Malpensa e Linate. Prendi il treno veloce (400 km/h) che su monorotaia ti porta in 10 minuti nel cuore della megalopoli.
Shanghai, in quella programmazione dall'alto dell'ipersviluppo che disegna megadistretti produttivi, città fabbrica, contado e province interne, è veramente la città porta che accoglie, con il suo fiume azzurro, mare che va nel mare, (e ti viene da sorridere pensando alle celebrazioni celtiche del nostro dio Po) le merci che risalgono verso l'interno, i flussi della finanza globale e delle transnazionali che qui hanno il loro quartier generale. Una delle facce della luna cinese è fatta di innovazione dall'alto che precipita sul territorio disegnando luoghi, funzioni, destini che ben si sposa con i flussi dei sorvolatori del mondo alla ricerca del massimo di opportunità per il capitale finanziario e per le transnazionali perennemente alla ricerca di investimenti redditivi ,di forza lavoro, di mercati. Lo capisco bene quando, accompagnato da un brillante signore dei flussi, con studi giusti nelle università americane, chairman di un fondo con sede a Hong Kong e a Shanghai, salgo in cima ad un piccolo grattacielo, come il Pirellone, e guardo in basso dove, con forme di vita stile Blade Runner, ancora resistono 450 mila mq di tuguri da uno o due piani dove vivono circa 15.000 famiglie. Mi spiega dall'alto il modello di sviluppo che verrà. Là sotto sorgeranno 8 lotti in verticale di nuova residenza per la classe media, due lotti con megacentri commerciali stile Los Angeles, un lotto per residenza, Hotel e strade commerciali modello alta qualità del made in Italy, un lotto dedicato all'intrattenimento e, in tutta la residenzialità, palestre e piscine per la cura del corpo. In più, ciliegina sulla torta, laddove rimarrà un parco, è prevista la sede di Shanghai della Triennale di Milano emblema dello stile italiano e del made in Italy.
Scendiamo con visita al primo centro commerciale, alle palestre, alla piscina del quartiere che verrà. Arrivato al livello del suolo attraverso il quartiere destinato a scomparire e chiedo che ne sarà di loro, di quelli che stanno in basso. Apprendo un modello di programmazione negoziata dall'alto con la moltitudine che sta in basso, utile a capire. Ad ogni famiglia proprietaria vengono dati un milione di moneta del popolo, (circa 100mila euro) con cui i moderni kulaki della megalopoli faranno esodo verso i cerchi periferici in continua espansione della città comprando altre case e, con ciò che gli resta, orientandosi ai nuovi consumi che vengono avanti. Così, sospinti dalla bomba atomica che esplode nell'espansione del centro finanziario e della nuova residenzialità della classe media messa al lavoro a fianco della top class internazionale che sempre più chiede residenze di alta qualità, la città cresce per anelli.
Per capire, oltre che, andar per luoghi, mi servono due libri fotografici in cui lo stesso luogo è fotografato 5 anni fa (dicasi 5) e oggi, e la visone del plastico enorme di Shangai rappresentato nell'urban center. Roba da fare invidia, tornando a Milano, ai sostenitori di una crescita della città sino a 2 milioni di abitanti. Invidia? Non so. Quel che capisco, e vorrei far capire, è che il brillante cinese di Hong Kong che attrae capitali dalla borsa di Londra e di New York, che tratta con il governo e con il segretario del partito di Shanghai o di altre città ove atterra, non è né un immobiliarista né un costruttore edile, ma un venditore e un realizzatore di un progetto di vita incardinato sulla crescita della classe media. La stessa a cui il governo concede e incentiva a Shanghai la nascita del secondo figlio. Nelle campagne si nascondono i figli, nelle megalopoli li si rende visibili. Segno delle nuove differenze di censo e territorio che vengono avanti. Kennet, così si chiama il brillante finanziere, dovrà molto lavorare per imporre la cultura della middle class. Ma è sulla buona strada. Mi spiega che ha investito milioni di dollari con Hollywood per produrre cinema e cartoni animati non più americani e giapponesi, ma cinesi. Lavora anche nel micro, sino al dettaglio. Visito gli appartamenti-tipo di varie metrature arredati per le visite della classe media che compra il progetto che verrà. Aldo Cattaneo, un imprenditore di Cantù che è con me in delegazione, giustamente tratta con il finanziere affinché noi, che siamo quelli del Salone del Mobile, possiamo avere un appartamento civetta italian o Brianza stile. La classe media ama il made in Italy non è solo Kennet che vende un progetto di vita. Le pubblicità dominanti, oltre al simbolo dell'Expo che appare ovunque, sono un volto mutante di donna, dai tratti occidentali e dai tratti cinesi che diventa un ibrido producendo un meticciamento estetico di un volto pronto al consumo. Affiancato da pannelli enormi di una giornata tipo di una donna della classe media che lavora, consuma, ha la sua bella casa con i due figli e il marito ai fornelli e la sera esce con le amiche stile Sex and the City. All'opposto gigantografie del maschio born to be different. Che mi torna in mente quando, di fronte alla casa museo ove si è celebrato il primo congresso nazionale del partito comunista cinese, vedo scendere da una sgommante Lamborghini Miura un cinese nato a Shangai per essere differente. Sono strani i rivoli carsici della lotta di classe. Ne avrò conferma una sera in un locale sul lungo fiume che con i suoi palazzi d'epoca coloniale si confronta con i grattacieli della city. In un pub del tutto simile ai nostri di corso Como o del ticinese, con la stessa musica e gli stessi abbigliamenti e comportamenti giovanili, trovo un manifesto inneggiante alla libertè-egalitè e alla sensualitè. È la vittoria dello stile di vita della classe media tra i molti giovani che sballano. Pochi ci arriveranno e tanti avranno come destino una continua infelicità desiderante. Uscendo dai locali di intrattenimento o dalle cene per la business class ti ritrovi di nuovo in Blade Runner. Offerta di prostitute bambine e nugoli di bambini mendicanti accompagnati dalle madri che i tuoi accompagnatori allontanano con imbarazzo. Il sogno di born to be differen si rompe e come si sa i sogni per essere tali non vanno interrotti. Se vuoi riprendere a sognare basta che sali sul Mori, il più alto grattacielo al mondo in attesa di quello di Dubai in costruzione. Alle 22 le luci scintillanti dei grattacieli vengono tutte spente. Resta solo il sentire profondo e costante il rumore della megalopoli che pulsa. Un sogno ormai realizzato è l'Expo 2010. Che moltiplicherà per cinque i km della già enorme rete della metropolitana. Tranquilli. Le fondamenta del palazzo Italia sono state gettate e ci saremo. La porta del mercato cinese è troppo ambita per non esserci. Se il destino sarà, in questa parte del mondo, quello di grandi megalopoli di milioni e milioni di abitanti o di città diffuse di pochi milioni di abitanti (dati i numeri cinesi) ove potrebbero scomparire quelle differenze tra contado e metropoli ove c'è, ancora irrisolto, il diritto di nascere. Penso al modello italiano della città diffusa ove si è realizzato senza conflitti l'incontro operoso tra città e campagna. Questo ci porta a riflettere sul come il tema del cibo, dell'alimentazione dell'Expo 2015 non è affatto estraneo al tema citta-campagna, agricoltura-ambiente e scarsità di risorse di cui dovremo discutere a Milano dopo Shanghai.
P.S. Da buon turista riparto da Shanghai dopo la visita e lo shopping in un quartiere storico con negozi di artigianato e produzione locale. Si compra seta e cachemire a buon prezzo. Riesco a capire che tra tre mesi anche di quella nicchia di quartiere non rimarrà più nulla. È iniziata anche qui la negoziazione bottega per bottega con la ipermodernità che avanza.
bonomi@aaster.it

23/08/2009