Nei brevetti la Cina sorpassa la Corea

Rita Fatiguso
India, Corea e Cina, anche se con caratteristiche diverse, registrano marchi e brevetti a raffica. Anche in Europa, mercato nel quale mostrano di credere, pur entrando con tutte le cautele del caso, tra cui proprio la registrazione dei risultati della loro ricerca e sviluppo.
Un monitoraggio dell'European patent office (Epo) sull'andamento dei tre paesi esteso all'ultimo decennio, è la prova che la corsa alla registrazione non si è fermata. La Cina, che nel 2008 ha ottenuto 93.706 registrazioni internazionali (erano appena 4.733 nel 1998), è dietro al Giappone (176.950), ma ha superato la Corea (83.383 nel 2008) e ha di gran lunga distanziato l'India (15.261).
I brevetti cinesi, in particolare, intorno al 2003 hanno fatto registrare un pareggio tra registrazioni "domestiche" e "straniere". Ora però il sorpasso è chiaro: si registra più all'estero che in casa propria, segno che innovazione e investimenti spesi in nuove tecnologie fanno la loro parte, come pure gli sforzi di Pechino di incentivare la tutela della proprietà intellettuale.
La Corea del Sud, invece, dopo un picco partito dieci anni fa, mostra chiari segni da mercato più maturo, ma è un processo, quello degli investimenti in R&D, cui il paese non ha abdicato. L'India sembra vantare,dal canto suo, un mercato potenziale di soggetti in grado di consumare, però sono soprattutto gli stranieri che investono a mettersi al riparo da rischi registrando marchi e brevetti. L'industria indiana è ancora debole e questo spiegherebbe il maggior numero di registrazioni da parte di aziende straniere.
La Cina, di sicuro, va come un treno. Ma parlare di industria sovvenzionata e di più bassi costi di registrazione non basta a spiegare il fenomeno.
«I dati Epo dimostrano un incremento reale, una vera crescita dell'industria cinese che spiega anche la propensione a uscire fuori dal territorio, investire e registrare all'estero», dice Carlo Pandolfo, il funzionario dell'Epo che ora a Pechino coordina il programma bilaterale Cina-Unione europea sulla proprietà intellettuale. «Da tempo i cinesi hanno superato una situazione tipo quella italiana degli anni 50-60 incentrata su lavorazioni e licenze straniere - aggiunge Pandolfo – Le tecnologie cinesi erano troppo deboli per essere esportate e troppo costose. Ora gli investimenti sono tali e tanti che, in effetti, invenzioni e brevetti cinesi vengono registrati sempre più in Europa».
Infatti nel 2008, dopo Usa e Giappone, nella classifica dei paesi non europei che hanno presentato all'Epo domande di registrazione troviamo Corea (4.346), Cina (1.510) e, dopo Taiwan, l'India (439).
«Quello che vedo – conclude Pandolfo – è che un colosso come la cinese Huawei presente in Europa e in Italia, da solo, con oltre 600 richieste di registrazioni nel 2008, ha prodotto più domande di qualsiasi altra industria italiana. Huawei investe un quarto del fatturato in ricerca e sviluppo. Al contrario, in Cina, l'Italia è quasi ultima con 1.761 registrazioni, contro le 38.408 del Giappone, che è leader».
C'è un effetto trascinamento sulle multinazionali presenti in Cina? «Il basso costo delle registrazioni cinesi è sicuramente un incentivo per una multinazionale che vuole fare domanda di brevetto in Cina – commenta Giovanni Casucci, avvocato esperto in proprietà intellettuale –. Pensiamo ad aziende come Siemens, che in Cina hanno una presenza forte, con più di 40mila dipendenti. Ovvio che si possa innescare un movimento di iscrizioni anche dalla sede cinese e in un secondo tempo, anche dalla Cina in Europa».
rita.fatiguso@ilsole24ore.com
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08/09/2009