Necessità tattiche e problemi strategici

di Mario Platero Due recenti notizie confermano quanto la Cina resti un haedache, un mal di testa preoccupante per l'occidente. E durante gli incontri bilaterali che si terranno a Washington a partire da oggi, l'amministrazione Obama dovrà prendere atto che la sfida in arrivo da Pechino non è solo economica, ma anche "culturale": il modello cinese, centralizzato e totalitario comincia a fare capolino in modo diretto come alternativa a quello occidentale. E dunque insieme a litigi che si prospettano epici su rapporti di cambio, debolezza dello yuan, proprietà intellettuale, da oggi si dovrà cominciare a mettere a fuoco se e come il G2 annunciato da Obama il 17 novembre dell'anno scorso durante il suo incontro con Hu Jintao ha ancora ragione di esistere o meno.
Il recente viaggio asiatico del presidente Usa ci ha già dato una risposta: Obama è rimasto "scottato" dalle sue straordinarie concessioni che fece allora alla Cina. In cambio ha ottenuto ben poco sia sul piano politico (Iran) che su quello economico (yuan debole). E dunque, se sul piano tattico un G2 con la Cina ha ragione di esistere, su quello strategico forse questo G2 è finito prima di cominciare.
Ma veniamo alle notizie. La prima riguarda il premio "Confucio per la pace", l'anti-Nobel per la pace consegnato quest'anno al dissidente cinese Liu Xiaobo. La Cina non ha approvato la scelta. E ha deciso di consegnare un suo premio all'ex vicepresidente di Taiwan, Lien Chan. È la prima dimostrazione concreta di quanto la Cina, popolata da moltitudini di giovani universitari preparatissimi e iper nazionalisti, sia decisa ad affermare il "suo" modello di cultura e tradizioni (politico?) in alternativa a quello che conosciamo dal legame diretto che passa per il Rinascimento e l'illuminismo e che percepiamo come universale. La seconda notizia ci ha detto che la Cina in effetti funziona molto bene al di là del suo tasso di crescita. A trent'anni dalla fine della Rivoluzione culturale un test condotto fra gli studenti di scuole superiori a Shanghai per paragonare la preparazione di studenti quindicenni cinesi con quella dei loro coetanei occidentali ha dato risultati impressionanti. La media è stata di 556 contro 493 a favore di Shanghai nelle materie letterarie, per la scienza la differenza è stata di 74 punti (575 contro 501) e per la matematica una vittoria schiacciante (600 a 496). La prima notizia per noi è deprecabile, la seconda apprezzabile.
Ma il fatto preoccupante è che ben 19 paesi si sono schierati al fianco di Pechino nella polemica per il premio Nobel per la pace. Se teniamo come punto di riferimento l'accelerazione dei tassi di crescita cinesi, quel numero potrebbe triplicare e moltiplicarsi in pochi anni. E dunque, ovviamente sì al dialgo con la Cina, agli investimenti, al percorso economico comune. Ma sul piano politico? Attenzione: già vediamo resistenze cinesi su questioni tattiche (ovviamente complesse) come i programmi nucleari della Corea del Nord o la concessione, strappata con difficoltà, di un voto per le sanzioni contro l'Iran. Ma sul piano strategico? Per essere in due occorre avere princìpi di base comune, che oggi non esistono sul piano economico nè su quello culturale. Come ci ha ricordato la poltrona vuota di Oslo su cui è stato tristemente apposto il premio Nobel per la pace 2010.
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13/12/2010