Moschee chiuse nello Xinjiang

Luca Vinciguerra
SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
Niente preghiera del venerdì per i musulmani di Urumqi. Ieri le autorità di pubblica sicurezza cittadine hanno deciso di chiudere circa 200 moschee della capitale dello Xinjiang, messa a ferro e fuoco domenica scorsa da violenti scontri etnici tra i cinesi han e gli uiguri, popolazione turcofona di religione musulmana.
Aggiornato il bilancio degli scontri di domenica scorsa: 184 i morti (fino a ieri le stime ufficiali ne indicavano 156) e più di mille i feriti, soprattutto cinesi han, secondo la versione del governo. Mentre per gli uiguri i morti sarebbero stati 800, in gran parte causati dalla repressione della polizia. Tanto che il premier della Turchia, Tayyip Erdogan, ha accusato la Cina di «stare alla finestra» di fronte a una violenza che è ormai «un genocidio».
«La chiusura delle moschee è una misura preventiva adottata vicino ai luoghi dei disordini su suggerimento degli Imam», ha spiegato l'agenzia di stampa Nuova Cina. In realtà, quasi tutti i luoghi di culto cittadino sono rimasti interdetti ai quasi 300mila musulmani di Urumqi, circa il 12% della popolazione. Nella mattinata, la polizia è dovuta intervenire per disperdere un nutrito assembramento di uiguri di fronte a una delle due moschee rimaste aperte. Secondo quanto riferito da testimoni oculari, cinque o sei persone sarebbero state arrestate.
La decisione di chiudere le moschee, per la prima volta dallo scoppio dei tumulti di Urumqi, introduce anche il fattore religioso nella crisi etnica dello Xinjiang. Il rischio di questa mossa è di creare un altro potenziale catalizzatore di frustrazione e malcontento tra la popolazione autoctona di origine turcomanna e religione musulmana. La quale a Urumqi, dopo sessant'anni di colonizzazione han, è ridotta alla triste condizione di minoranza etnica, ma che nel resto del Turkestan Orientale (per gli uiguri è questo il nome dello Xinjiang) rappresenta ancora la maggioranza della popolazione.
Il venerdì islamico senza preghiera è il primo provvedimento varato da Zhou Yongkang, l'alto funzionario del partito comunista (è il nono nella scala gerarchica della nomenklatura cinese) responsabile della sicurezza nazionale, inviato giovedì dal presidente Hu Jintao nello Xinjiang per riportare all'ordine la turbolenta provincia. In attesa che torni l'ordine, a Urumqi il massiccio schieramento di forze militari e paramilitari ha fatto tornare la calma. Per evitare rischi ieri, mentre gli Usa esortavano i dirigenti cinesi a usare moderazione nella gestione della crisi, le autorità hanno imposto nuovamente il coprifuoco notturno.
Ciononostante, dopo i disordini iniziati domenica (il governo si è impegnato a risarcire con 29mila dollari le famiglie delle vittime) la gente ha paura e scappa. Negli ultimi quattro giorni, dalla principale stazione degli autobus di Urumqi sono già partite circa 10mila persone: la maggior parte sono cinesi diretti nelle loro zone d'origine, in attesa che lo Xinjiang torni alla completa normalità.
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11/07/2009