MISSIONE D'ACQUISTO CINESE IN ITALIA

MISSIONE D'ACQUISTO CINESE IN ITALIA

Quali caratteristiche avrà la missione d'acquisto degli imprenditori cinesi in procinto di sbarcare in Italia a fine mese? All'indomani della visita del viceministro allo Sviluppo Economico on. Adolfo Urso, che ha consegnato alla Cina una lista di oltre 300 imprese interessate ad avviare o intensificare i rapporti con Pechino, la comunità d'affari italiana si interroga sui precedenti: andrà bene come in Germania (dove i cinesi hanno firmato accordi per 10 miliardi di dollari) o si rischia il fiasco della Spagna (solo 320 milioni)?
IL PROFILO DELLA MISSIONE
La lista presentata da Urso, elaborata sulla base delle richieste cinesi e delle indicazioni di ICE, Confindustria, CONFAPO e diverse associazioni di categoria, comprende imprese che vanno dal settore dei macchinari (circa la metà) al sistema moda e design (circa 80); dall'agroalimentare (una trentina) all'alta e altissima tecnologia (circa 15), fino ai servizi. In contemporanea alla missione vera e propria se ne svolgerà una interamente dedicata al turismo, che fa balenare la possibilità di investimenti nel settore alberghiero e delle infrastrutture, con un particolare interesse verso la Sicilia. L'Italia, tramite Simest, ha inoltre firmato un memorandum d'intesa con l'Autorità Portuale di Tianjin per fare del porto di Genova un punto privilegiato per le merci cinesi, che attualmente vengono in massima parte dirette verso Rotterdam.
"L'obiettivo minimo è l'acquisto beni strumentali, e in qualche caso di consumo" spiega Urso. "C' è poi uno spiccato interesse verso investimenti finanziari, ad opera ad esempio del fondo sovrano China Investment Corporation, in settori come  l'energia rinnovabile. Per quanto riguarda  il settore produttivo italiano speriamo che alcune imprese possano vedere un incremento degl'investimenti cinesi, ed è ovvio che in questo caso porremmo particolare attenzione alle questioni occupazionali, alla proprietà intellettuale e alla solidità delle aziende coinvolte. L'Italia è diventata la prima mèta turistica dei cinesi in Europa: colossi come Poly Group vogliono puntare su questo settore e la Hainan Airlines punta a garantire collegamenti con nuovi aeroporti, tra cui ci sono sicuramente Catania e Venezia, per un totale di 28 voli settimanali Cina-Italia. Infine, i cinesi sembrano molto interessati a fare della Sicilia una piattaforma logistica, commerciale e possibilmente anche turistica e produttiva per il Mediterraneo e l'Europa, con un business plan sul porto e l'interporto di Catania  e sul porto e il retro porto di Augusta".
 LO SHOPPING CINESE IN EUROPA: UN'ANALISI
Nonostante i fasti della missione in Germania, molti dati indicano che finora gli investimenti cinesi in Europa sono stati dinamici ma modesti. La crisi sta sicuramente aprendo una nuova fase: le missioni che hanno preceduto quella italiana in febbraio (Germania, Gran Bretagna, Spagna e Svizzera) sono state dettate dalla volontà cinese di diminuire lo squilibrio nella bilancia commerciale tra Cina ed Europa. Molti osservatori indipendenti, però, fanno notare che i contatti per le missioni precedenti erano stati avviati prima della crisi globale: le missioni hanno quindi assunto anche una coloritura di politica internazionale,con una Pechino che vuole mostrarsi pronta a fare la sua parte per fare uscire l'economia mondiale dalle secche della crisi. In un confronto basato su dati UNCTAD e MOFCOM emerge che gl'investimenti della Cina all'estero vengono dirottati in massima parte verso Hong Kong (58.3%) e paradisi fiscali come le Cayman e le Isole Vergini. Del 21.8% che si dirige verso il resto del mondo solo un 3.8% arriva in Europa. Cosa spinge gl'investitori cinesi all'estero? Uno studio firmato Roland Berger sulle 50 imprese cinesi più importanti sottolinea che il 56% di esse è "alla ricerca di nuovi mercati", mentre il 16% vuole "ottenere marchi e brand". Un simile dossier Deloitte ha confermato che, fino al 2008,  l'"espansione territoriale" era la prima ragione che muoveva oltreconfine le imprese del Dragone. Da quando, alla fine degli anni '90, il governo di Pechino ha avviato la politica del zou chu qu ("diventare globali") la maggior parte degli investimenti è stata effettuata da imprese di proprietà dello Stato. La politica del zou chu qu non ha mancato di scatenare fantasiose teorie della cospirazione sulla presenza cinese all'estero: "Bisogna sottolineare che le imprese statali cinesi si muovono di più semplicemente perché le politiche cinesi sono più favorevoli all'economia di stato "scrive la ricercatrice della Chatam House Francoise Nicolas. "Inoltre, le imprese statali non sono affatto le più aggressive o quelle che ottengono maggiori successi, basti pensare a Haier o Huawei".A seconda degli studi, la Germania o la Gran Bretagna si classificano prime in Europa per investimenti cinesi. Nel 2007, in una classifica degli investimenti non finanziari stilata dal MOFCOM (il  ministero per il Commercio Estero di Pechino), l'Italia si è posizionata sesta in Europa dietro Gran Bretagna, Germania, Svezia, Spagna e Olanda per un totale di 127.1 milioni di dollari. L'Italia è stata comunque protagonista l'anno scorso del maggiore investimento cinese in Europa con l'acquisizione del grande gruppo CIFA (attivo nel settore della meccanica edilizia) da parte del colosso Zoomlion. In Europa la Cina preferisce investire nei servizi (55%) invece che nel manifatturiero (45%), a differenza di quanto avviene negli Usa. Emerge inoltre una prevalenza ad investire nei settori in cui il paese  è più forte, elemento che suggerisce il desiderio di acquisire asset strategici. L'impresa europea che può beneficiare di investimenti cinesi risponde a tre diversi identikit:  compagnie in difficoltà finanziarie (Shenyang che acquisisce Schiess; SGSB su Durrkopp); produttori competitivi di nicchia (China Blue Star su Rhodia Silicones) e vecchi partner o sub-contractors (Chalkis su Le Cabanon-Conserve de Provence). Secondo Deloitte, Berger e la ricercatrice della Chatham House le imprese cinesi all'estero tendono a stabilire equity joint-ventures o M&A per ottenere produzioni avanzate , tecnologia e capacità manageriali all'estero. Secondo uno studio della Banca Mondiale citato da Nicolas e un altro elaborato dalla McKinsey, finora le imprese cinesi non hanno ottenuti particolari profitti da questi investimenti, anzi: un terzo di esse ha perso denaro e un quarto delle joint venture è fallito. "Il successo tende ad arridere quando le compagnie cinesi posseggono un vantaggio competitivo  o quando investono in un'impresa europea leader o di un settore di nicchia" conclude Francoise Nicolas.
"La Cina, che finora aveva retto la sua economia sulle esportazioni, soprattutto negli Usa, si è posta per prima il problema di ampliare il mercato interno di fronte alla crisi" ha detto il viceministro Urso. "Questa crisi è una rivoluzione, per noi e per loro". La missione d'acquisto in Italia troverà menti illuminate, da entrambi i lati, per cavalcare questa rivoluzione?