Mini frenata a Pechino

SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
Le caldaie della locomotiva cinese, lanciata in una corsa sfrenata ormai da quasi un anno, iniziano a perdere gradualmente pressione.
Nel secondo trimestre 2010, il prodotto interno lordo del Dragone è aumentato del 10,3% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Sebbene si tratti di un'altra accelerazione formidabile dell'economia cinese, l'incremento anno su anno del Pil registrato tra aprile e giugno è inferiore rispetto al balzo dell'11,9% messo a segno nel primo trimestre 2010.
Inoltre, sempre volendo vedere il bicchiere mezzo vuoto in un dato congiunturale che ancora una volta farà comunque invidia al mondo intero, a fine giugno il tasso di crescita trimestre su trimestre si è "ridotto" al 7,5% rispetto al +11,4% del primo quarter 2010.
A giudicare dai dati, insomma, la fase espansiva dell'economia cinese - innescata dal piano di stimolo da 600 miliardi di dollari e dalla politica monetaria ultraespansiva varati nell'autunno del 2008 da Pechino per contrastare la crisi finanziaria internazionale - sembrerebbe arrivata a fine corsa. Il condizionale è d'obbligo visto e considerato che, come dimostrano le recenti correzioni apportate dall'Ufficio di Statistica al Pil 2009, quasi sempre in Cina i numeri macroeconomici vengono riveduti e corretti a posteriori.
L'inattendibilità delle cifre fornite da Pechino (un vecchissimo problema oggetto di polemiche tra gli esperti fin dalla metà degli anni '90), e la consueta avarizia di dati (non sono disaggregati negli indicatori fondamentali) rendono particolarmente difficile l'interpretazione della performance del secondo trimestre 2010.
C'è chi sostiene che il calo di pressione della congiuntura sia il risultato fisiologico delle politiche monetarie e fiscali meno espansive messe in atto dal Governo dalla fine del 2009 per prevenire il surriscaldamento dell'economia. In questo quadro, rientrano anche le nuove normative anti-speculazione varate di recente da Pechino per prevenire lo scoppio della tanto temuta bolla immobiliare.
C'è chi invece attribuisce il rallentamento della corsa congiunturale alla diminuzione della produzione industriale, che a giugno ha ridotto il suo ritmo d'espansione al 13,7% dopo essere cresciuta del 16,5% a maggio. Si tratta di un chiaro segnale che il processo di ricostituzione delle scorte del settore manifatturiero si sta esaurendo, spiegano gli analisti. «Questo processo, che ha investito soprattutto l'industria pesante cinese, dovrebbe stabilizzarsi nell'ultimo trimestre dell'anno», osserva Ben Simpendorfer, economista di Royal Bank of Scotland.
Frattanto, nel secondo trimestre 2010, sia le vendite al dettaglio (un dato che non rispecchia i consumi privati perché incorpora anche alcune voci di spesa della pubblica amministrazione) sia gli investimenti nominali fissi nelle aree urbane hanno mantenuto invariato i loro tassi di crescita (a giugno +18,3% il primo, e +25,5% il secondo).
Grazie alla lieve discesa della temperatura congiunturale, le spinte inflazionistiche che avevano caratterizzato i due trimestri precedenti sono iniziate a diminuire. A giugno, infatti, l'indice dei prezzi al consumo ha registrato il tasso di crescita più basso del 2010: +2,9% anno su anno, grazie anche alla drastica discesa dei prezzi dei generi alimentari. In questo quadro, in cui i timori di surriscaldamento vanno trasformandosi in timori di atterraggio duro dell'economia, un fatto sembra certo: nei prossimi mesi la People's Bank of China lascerà invariato il costo del denaro. E continuerà a rivalutare gradulamente lo yuan, stando almeno alle dichiarazioni del suo vicepresidente Hu Xiaolian, che proprio ieri ha ribadito l'intenzione della autorità di mantenere il cambio flessibile, giudicandolo «necessario». Intanto però nelle ultime sedute lo yuan ha interrotto l'apprezzamento e anzi ha perso leggermente terreno sul dollaro.
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16/07/2010