Migliaia di cybergiustizieri contro i soprusi pubblici cinesi

Una donna si accanisce con i tacchi alti sulla zampa e poi sulla testa di un gatto fino a spaccargliela. Sul web il popolo si indigna e in cinque giorni scopre i torturatori: l'attrice è un'infermiera, il regista il cameramen della tv locale, il set l'isola di Mingshan. Lei perde il lavoro e sparisce, lui fa pubblica ammenda su internet. È il 2006 e pare che questo sia uno dei primi casi di giustizia online e fai-da-te in Cina. Non per difendere i diritti delle persone ma degli animali inizia il movimento capillare dei cybergiustizieri cinesi che oscilla dal linciaggio alla difesa coraggiosa dei diritti umani: lotta contro la corruzione dei funzionari locali, interventi in processi controversi e nelle indagini della polizia.
Migliaia di studenti, operai, uomini d'affari, disoccupati usano internet per difendere l'ambiente e il popolo dagli abusi delle autorità. «Accanto a blogger come l'artista Ai Weiwei o la giovane scrittrice e pilota Han Han ci sono migliaia di persone, alcuni usano soprannomi, altri il vero nome. Sono animati da attivismo altruista, non hanno il tesserino da giornalista né sono iscritti all'ordine degli avvocati ma hanno milioni di lettori e partecipano alla costituzione di uno stato di diritto» dice a Le Figaro Renaud de Spens, esperto di web cinese.
Nel 2009 alcuni internauti postano foto di Zhou Jiugeng, dirigente del partito a Nankino, ostenta un orologio da 10mila euro e fuma sigarette da 15 euro a pacchetto. Tenore di vita impossibile per un semplice funzionario: Zhou è riconosciuto colpevole di corruzione e condannato a 11 anni di prigione. Casi così si moltiplicano. Negli stessi mesi un'assassina per caso diventa eroina sul web: un funzionario di Hubei chiede «un servizio speciale» a Deng Yujiao, 21 anni, impiegata di un centro benessere. La ragazza accoltella il molestatore, diventa simbolo di sopruso, è assolta. Sul web si moltiplicano canzoni e poesie in suo onore, si parla di «vittoria del popolo» e «nascita di una nuova giustizia», il suo avvocato dichiara: «Un verdetto così non ci sarebbe mai stato senza la pressione degli internauti».
Negli stessi mesi in cui il gigante Usa Google lotta contro Pechino in nome della libertà, i giustizieri online agiscono in periferia, non mettono mai in discussione l'autorità di Pechino né attaccano il partito centrale ma la piaga della corruzione locale, mai negata dal governo.
La giustizia con il mouse esige che il regime stia al passo con i tempi. L'anno scorso nello Yunnan la polizia sostiene che un 18enne muore in carcere giocando a nascondino con gli altri detenuti, il web insorge, il capo della propaganda della provincia Gong Fei chiede di formare un comitato di indagini online «per sembrare moderno». Il giornale locale osserva che iniziative del genere non sono da paese con giustizia e stampa credibili. Non manca chi ricorre agli antichi metodi: a Xuzhou sono state introdotte sanzioni fino a 5mila yuan per chi mette sul web foto private senza autorizzazione.
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28/10/2010