Meno gravi le accuse a Rio Tinto

Non spionaggio, bensì sottrazione di segreti commerciali e corruzione. Queste le ipotesi di reato a carico dei quattro dipendenti di Rio Tinto in carcere dal 5 luglio a Shanghai. Gli inquirenti cinesi hanno finalmente formalizzato i motivi che hanno portato alla custodia cautelare di Stern Hu, cittadino australiano, e dei suoi collaboratori Liu Caikui, Ge Minqiang e Wang Yong. Un passaggio indispensabile per l'accesso alla difesa legale da parte dei sospettati, ma che ha fatto tirare un sospiro di sollievo al governo australiano soprattutto poiché allontana l'accusa – ben più grave – di spionaggio. La violazione di segreti di stato in Cina può infatti comportare la pena dell'ergastolo, dopo un processo a porte chiuse. In questo caso invece i quattro rischierebbero da 3 a 7 anni di carcere.
Sam Walsh, responsabile della divisione Minerale di ferro di Rio Tinto, si è mostrato sollevato: quella sancita ieri dai magistrati, ha spiegato, sembrerebbe essere soltanto una carcerazione preventiva, per consentire la raccolta di eventuali prove a carico dei sospettati. Hu e i suoi colleghi potrebbero insomma essere scagionati ancora prima del processo. Walsh è fiducioso: «In base alle informazioni di cui disponiamo, continuiamo a credere che i nostri impiegati si siano comportati in modo corretto ed etico negli affari in Cina».
Da parte sua, il viceministro del Commercio cinese, Fu Ziying, dà per scontato che un processo ci sarà. Tuttavia, assicura, «il verdetto sarà equo». «Il caso Rio dimostra la determinazione della Cina nel voler instaurare un ambiente favorevole agli investimenti, con un mercato aperto, trasparente e competitivo, nel pieno rispetto delle leggi vigenti».
© RIPRODUZIONE RISERVATA

13/08/2009