MATRIOSKE E NUVOLE

MATRIOSKE E NUVOLE
Durante la mia prima sera in Manzhouli ho ricevuto la telefonata di un parente che vive lontano. E' andata così:

 

 

- Pensa. Allora è un po' come stare a Nizza, dove si mangiano le acciughe buone e ti parlano tutti in Italiano?

 

- Ehm… no.

 

- Allora come Montecarlo. Ma dì, giocherai mica al casinò, eh?

 

- Ma no no, ho detto che ci sono delle cose che sembrano casinò, ma sono solo grandi… negozi.

 

- Ma allora è come Lugano! Ecco, sì: se vuoi… è proprio così.

 

 

Le prime importanti tracce storiche di Manzhouli risalgono a circa un secolo fa, con la costruzione del ramo della ferrovia Transiberiana che discende da Chita verso la Cina e che passa proprio da qui, anche se solo dai primi anni '90 a questa parte è effettivamente diventata ciò per cui oggi la visitiamo, quando la caduta dell'URSS e la conseguente definitiva distensione della frontiera sino-russa hanno permesso alla popolazione di centinaia di piccole e dimenticate cittadine russe di passare agevolmente la frontiera e di concedersi weekend di shopping low-cost, riempiendo in poche ore enormi sporte della spesa trasportate da granitiche monumentali braccia di uomini ed anche donne, gli uni e le altre ugualmente forgiati dalla stessa Madre Russia. Sorridono gioviali, passeggiano rilassati nelle vie chiare di edifici imponenti e splendenti di bianco e giallo contro il cielo blu della steppa mongola, ripulito dal vento severo che soffia incessante tagliando il mio viso, o carezzando il loro, a seconda dell'evidente differenza di forgiatura.

 

 

Poi le vedi, lì ai ristoranti del corso sedute in vetrina, signorine bionde dalle gambe lunghe sottili che fanno ondeggiare la gamba accavallata mentre sorseggiano vapori caldi da tazze bianche, appena orlate da fantasie in rosa e azzurro opaco, come le tendine a pizzi che incorniciano il loro tavolo. Quasi come le signore sedute al bar Cova di Milano, le borsette griffate appoggiate di lato, borse-occhi assenti, carnagioni dorate su gambe nude che spuntano da un vestito nero, e finiscono su sandali aperti di Zanotti. Davvero, non fosse che nelle tazze delle dame di Manzhouli si consumano zuppe di pesce o di maiale, a seconda della convenienza, e che i loro candidi piedini sono avvolti in calzette di nylon alla caviglia, ecco, allora sì, l'analogia sarebbe schioccante. Eppure perdoniamole, è il nord, questo sì lo chiamiamo il Grande Nord, ed il solo saperci convivere già presuppone un certo stile.

 

 

Il senso pratico delle spedizioni russe a Manzhouli è evidente, ed i parametri base per la scelta sono per necessità elementari: che funzioni, che serva a qualcosa prima di tutto, e riguardo al marchio… che sia grande, che sia enorme, splendente, che tutti lo vedano! Ecco l'unico vero marchio. Si arredano case, si costruiscono vite, qui a Manzhouli: tante, tantissime le coppie giovani, tenere, a volte sole, altre accompagnate dalla coriacea mamma di lei, o da quella un po' più severa di lui, che comprano corredi per la casa in cui presto bisognerà entrare in due, e forse più (si augurano bimbi, non suocere, ci mancherebbe).

 

 

E allora via camminando tra file di manichini rivestiti con enormi caramelle di ogni colore, grandi enormi svolazzanti vestiti da sera e anche da sposa, perché no, forse sintetici, di certo "alla moda"; pareti di scaffali ricoperte di biancheria intima con pizzi soffici, abbinati ai vestiti di cui sopra e in taglie non certo comuni per la ragazza cinese media; poi lenzuola e piumini decorati con fiori fosforescenti, composizioni di carta grandi quanto il viso di un bambino (russo) da appendere alle tendine che coprono i vetri opachi del bagno, o della sauna da giardino, come d'uso nei loro luoghi.

 

 

Mentre le donne toccano tessuti e comparano tinte i loro uomini si sentono tali ammirando teche piene di coltelli a serramanico, soppesando spade di antichi eserciti, leggendari o reali poco importa, di certo era gente forte; oppure mettono gli occhi in cannocchiali con tanto di cavalletto buoni per riconoscere la selvaggina anche nella radura più lontana, magari indossando una tuta mimetica scelta nello stesso negozio, di tinta adatta alla tundra in cui si caccia. L'attività virile fa parte di queste terre, e chi scrive giura di aver visto un'armatura da cavaliere tutta intera, non una alta un metro e cinquanta come quelle ragionevolmente originali che si vedono nei castelli della Valle d'Aosta, bensì alta circa un metro e novanta rigonfia sul davanti a perdonare il cacciatore o il cavaliere che ha esagerato con i piaceri (?) della tavola.

 

 

Disinvolti entrano ed escono da edifici che per la loro grandiosità e luminosità e ricchezza di fregi (raffinati!) intimidirebbero anche il più incallito habituè di Grand Hotel. Eppure no, tutto al mondo è poi più semplice, leggero: che si varchino le soglie a cuor sereno, per entrare in mercati vibranti e rumorosi, chiassosi e irrispettosi, in cui piccoli stand da fiera con le pareti barcollanti si susseguono uno dopo l'altro lungo corridoi bui, sempre più bui man mano che l'occhio corre avanti, confuso da mani braccia che si alzano con merci varie, colori abbaglianti, visi contriti, mani che ti toccano, registratori incollati con giri e giri di scotch ai megafoni che continuano incessanti a ripetere offerte in russo registrate senza tono, senza colore, chissà quando.

 

 

Ai banchi dei mercati, come a quelli dei ristoranti, si trovano cinesi di tutte le etnie, non solo genti locali dalla Mongolia Interna, ma tutti in grado di parlare il russo in modo corretto, almeno nelle frasi elementari che permettono di mercanteggiare e di riscuotere il conto della cena. Si rivolgevano in russo persino a me, né biondo né alto né particolarmente prestante, poi doppiamente scioccati sia perché li pregavo gentilmente di rispondermi in cinese, che del resto è la loro lingua, sia quando scoprivano che non ero a Manzhouli per acquisti, bensì solo per vacanza.

 

 

Attorno a questo nucleo urbano di 50.000 abitanti, già arrivando con l'aereo da Pechino si nota un nulla perfetto, e poi camminando per i suoi confini lo si tocca con mano: c'è solo una strada che a nord porta al confine russo, una barriera non solo inaccessibile, ma anche inavvicinabile a chi non abbia un passaporto di uno dei due paesi adiacenti, mentre dall'altro verso porta nelle steppe della Mongolia Interna, lungo spazi di cui non si vede la fine. In entrambi i versanti ci sono costruzioni immense, mi si perdoni il semplice paragone ma si tratta di vere e proprie cattedrali nel deserto, in quanto hanno in effetti le sembianze di grandi costruzioni a volte goticheggianti, altre solo kitsch, ma sempre imponenti e... vuote,  letteralmente inutili, con le porte sigillate, inutilizzate. Tra esse spicca però forse la maggior attrattiva del luogo, il museo a cielo aperto di matrioske più ricco del mondo, la cui collezione comprende anche la matrioska più grande del globo terracqueo (ovviamente): un mostro a tinte pastello di 20 metri che svetta sulle sterpaglie di un'immensa aiuola incolta che si perde nella steppa.

 

 

Quando ho lasciato Manzhouli confesso di essermi sentito parecchio inquieto. Sono ripartito in treno, un convoglio lento che pareva carico di tonnellate di merci di migratori di acquirenti di consumatori, tutti ancestrali, ed io indeciso se desiderare di poter andare più rapidamente per togliermi in fretta dal deserto, verso un'altra utopica desiderata e rassicurante Manzhouli, o solo di fermarmi, magari di perdermi, e di salvarmi in un villaggio con un bel barbecue acceso e lì stare tra persone con la pelle scottata dal sole a grigliare carne e versare birra, ecco sì, quel mondo di una volta, proprio, il mondo giovane e forte. Ma sì. Anche se è quello dei depliant turistici, va bene comunque.

 


di Lorenzo Barbieri
 
 
Lorenzo Barbieri è cresciuto sui colli dell'Oltrepò Pavese, in cui presto o tardi tornerà per fare il miele e ospitare i suoi amici in una grande casa di sassi. Nel frattempo ha studiato Economia per l'arte e la cultura, ha lavorato nell'ambiente discografico che tanto l'ha affascinato per poi tornare deciso verso l'editoria e i libri, primo amore da cui non vuole separarsi più. In Cina ha lavorato alla Camera di Commercio di Pechino per oltre due anni occupandosi di pubblicazioni, poi ha deciso di cambiare vita per viaggiare cercando cose e blablabla, ed ora vive di nuovo a Pechino, camminando qua e là in attesa di imboccare una strada che se lo porti via, senza se e senza ma.

 

La rubrica "Lettere dalla Cina" ospita gli interventi di giovani italiani che vivono e lavorano in Cina, offrendo spunti di vita quotidiana e riflessioni originali. Andrea Bernardi, Corrado Gotti Tedeschi, Elisa Ferrero, Gianluca Morgese, Matteo Miavaldi, Davide Vacatello, Gabriele Tola e Lorenzo Barbieri.

 

Foto di Lorenzo Barbieri.

 

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