MATERIE PRIME: NUOVO APPELLO AL WTO

Pechino, 1 sett.- Pechino non ci sta. A quasi due mesi dalla sentenza dell'Organizzazione mondiale del Commercio che aveva definito illegali le restrizioni sulle esportazioni di materie prime varate dalla Cina, il caso si riapre. Il ministero del Commercio cinese ha fatto saper di aver presentato appello presso il WTO secondo cui i dazi imposti dalla Cina violano gli impegni presi in precedenza dal Gigante asiatico per rendere più accessibile il proprio mercato. Il verdetto di colpevolezza emesso a luglio aveva dato ragione a Unione europea, Stati Uniti e Messico che nel 2009 portarono il Dragone sul banco degli imputati (questo articolo).
Al centro della controversia, le quote sull'export di diversi minerali fondamentali per l'industria chimica e siderurgica come manganese, silicio, molibdeno e tungsteno, di cui la Cina è il primo produttore al mondo. Restrizioni, queste, che, sostengono Bruxelles, Washington e Città del Mexico, hanno causato una riduzione delle forniture di queste materie prime a livello mondiale e allo stesso tempo un aumento dei prezzi, incentivando le industrie del settore a spostarsi in Cina per avvantaggiarsi dei costi più bassi.  Nessun vantaggio: la misura, aveva ribattuto Pechino, "è necessaria per la salvaguardia dell'ambiente e delle risorse".
Ma mentre le materie prima in uscita venivano centellinate, all'interno dei confini il rigore era ridotto al minimo. Dopo 18 mesi di investigazione, la WTO ha rilevato come in parallelo ai tagli sulle quote destinate all'export la Cina non abbia applicato con altrettanto rigore i limiti ai consumi interni di queste risorse, adottando così un trattamento discriminatorio non in linea con gli impegni assunti al momento dell'ingresso nell'Organizzazione Mondiale per il Commercio. 
"Stiamo valutando il rapporto della WTO e seguiremo le regole - avevano dichiarato all'agenzia di Stato Xinhua all'indomani della sentenza alcuni funzionari cinesi coinvolti nella vicenda -, ma esprimiamo il nostro dispiacere per il rigetto di una serie di norme che avevano come obiettivo la difesa dell'ambiente e della salute, in linea con i criteri di sviluppo sostenibile promossi dall'Organizzazione Mondiale per il Commercio". E poiché le regole WTO prevedono comunque la possibilità di presentare un appello, la risposta cinese non ha tardato ad arrivare, ma per conoscerne l'esito bisognerà attendere tre mesi, tempo previsto dalle leggi WTO per analizzare il ricorso.
Intanto i riflettori sembrano riaccendersi anche sulle terre rare, anch'esse soggette a restrizioni e aumenti dei costi voluti da Pechino ancora una volta "per salvaguardare l'ambiente" minacciato dalle sostanze tossiche prodotte dall'estrazione e dalla lavorazione di questi prodotti.  Esportazioni a intermittenza e impennata dei costi quintuplicati rispetto allo scorso anno: queste le principali conseguenze che hanno attirato le polemiche della comunità internazionale la cui produzione dipende sempre di più dalla Cina. Il Dragone detiene infatti circa il 60% delle riserve mondiali e controlla circa il 90% del mercato di questo gruppo di minerali fondamentali per la fabbricazione di prodotti hi-tech, pale eoliche, schermi per computer, automobili ibride ad altre apparecchiature per lo sfruttamento delle energie rinnovabili. 
di Sonia Montrella

 
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