Marly's « invade» la Cina

Giulia Crivelli
«Abbiamo 44 anni di storia e un grande know how tessile e di prodotto. Ma restiamo una piccola azienda se ci affacciamo sul mercato globale. Questo non ci ha impedito di vedere, valutare e cogliere la grande opportunità di un'espansione in Cina, dove apriremo 32 negozi in tre anni, grazie alla partnership con un colosso locale».
Paolo Bastianello presenta così l'accordo appena firmato dalla sua Marly's con la Austen Company di Shanghai, una società presente in oltre 150 città della Cina, con più di duecentocinquanta tra clienti e distributori. Un accordo di cui è doppiamente soddisfatto, nel suo ruolo di presidente di Marly's e in quello di vicepresidente di Smi, la federazione del tessile-abbigliamento. «Le grandi aziende del made in Italy, a cominciare dal gruppo Zegna, che in Cina è arrivato per primo, 20 anni fa, hanno aperto la strada anche alle piccole e medie imprese, perché hanno abituato i cinesi al gusto italiano. Il mercato è talmente grande e con tali prospettive di crescita che c'è posto per tutti. Ma mentre i grandi hanno le rispose per fare da soli, aziende come la nostra devono avere il partner giusto. E per farlo – dice Bastianello rimettendosi il "cappello" più istituzionale – l'ufficio aperto a Shanghai da Smi può essere di grandissimo aiuto. Per la Marly's, e per moltissime altre aziende lo è già stato: è appoggiandoci alla responsabile del desk Smi che abbiamo individuato e poi preso contatti con Austen. Ci siamo studiati a vicenda per molti mesi: loro sono venuti a visitare la Marly's, noi siamo andati in Cina e per una settimana abbiamo messo a punto i dettagli dell'accorso e del piano retail, immaginando già un concept per i negozi. E abbiamo partecipato a una sfilata organizzata da Austen a Shanghai, intitolata "Europe Fashion Show", un grande evento al quale ha partecipato persino il presidente di una grande università locale. Una cosa che mi ha fatto riflettere: i cinesi prendono la moda e il made in Italy molto sul serio. Non è solo questione di comprare abiti ben fatti e ben disegnati, hanno colto l'aspetto culturale del nostro lavoro. E questo ci dà una grande soddisfazione».
I ricavi 2010 della Marly's – attiva da sempre nel prêt-à-porter, hanno raggiunto i 16 milioni di euro, l'azienda ha ha 70 dipendenti e negozi monomarca, in proprietà e in franchising, a Mosca, Madrid, Riga, Venezia, Bolzano, Grado, Abano Terme, Sirmione e Arzignano. «Il 2009 è stato un anno terribile, in cui abbiamo perso parecchi punti di fatturato – racconta Bastianello –. Il 2010 è stato l'anno della ripresa e per il 2011 contiamo di tornare a crescere con maggior forza per tornare, entro il 2012, al fatturato pre-crisi, di circa 20 milioni. In questo periodo difficile, comunque, non abbiamo smesso di dedicarci al prodotto, anzi. Abbiamo ampliato la parte accessori, introducendo più cinture, borse, guanti. Lo abbiamo fatto senza sapere, ovviamente, che avremmo siglato un accordo per una forte espansione retail in Cina, ma adesso questa scelta si rivela strategica.»
Nei negozi che verranno aperti in Cina grazie all'accordo con Austen ci saranno le collezioni Marly's, Marly's 1981 e Kathleen Madden, i tre marchi dell'azienda guidata da Bastianello, che produce però anche in licenza le collezioni Carlo Pignatelli prêt-à-Porter e Carlo Pignatelli Cerimonia. Di pochi mesi fa inoltre l'accordo tra Marly's e il marchio ".normaluisa" della giovane stilista e imprenditrice Giorgiana Zappieri, che ha portato un'iniezione di contemporaneità nell'azienda veneta. «Un altro mercato che ci sta già dando grandi soddisfazioni è la Russia – conclude Bastianello –. Le prospettive di crescita sono ottime anche lì: vale per Marly's ma allo stesso tempo per moltissime aziende, non solo per i grandi marchi. Non mi stancherò mai di ripeterlo: dobbiamo avere il coraggio di uscire dai confini italiani, anche se si tratta di passi che possono spaventare. La strada è quella scelta da Smi, con l'aiuto dell'Ice e di altri "compagni di avventura", come IntesaSanpaolo nel caso di Shanghai. Il made in Italy ha ancora un reputazione altissima, i consumatori dei Paesi emergenti sono affamati di prodotti italiani. È un'opportunità che bisogna avere il coraggio di cogliere».
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30/05/2011