Manager per le campagne cinesi

Luca Vinciguerra
SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
I genitori di Hua Siwei avrebbero preferito un futuro diverso per il loro unico figlio. Qualche settimana fa, il ventitreenne della provincia di Henan ha deciso di iscriversi al nuovo master in "Sviluppo delle Aree Rurali" lanciato dalla Zhejiang University. La sua domanda di ammissione è stata accettata (le richieste erano migliaia), e così il prossimo autunno Hua sarà tra i 24 studenti che inizieranno il nuovo corso di studi, il primo di questo tipo in tutta la Cina.
«Mio padre e mia madre volevano che diventassi un dirigente d'azienda e che viaggiassi in giro per il mondo – dice Hua –. L'idea che, dopo tutti questi anni di studio, tornassi a casa a fare il capo del villaggio non gli piaceva proprio. Gli ho spiegato che il mio scopo è diverso. Gli ho spiegato che oggi le nostre campagne hanno bisogno di uomini nuovi. Hanno bisogno di manager capaci di aumentare la produttività della terra, di ascoltare i problemi della gente, di evitare la bancarotta delle imprese locali, di stimolare l'imprenditorialità delle persone, di migliorare il reddito dei contadini. Penso che alla fine abbiano capito la mia scelta».
Probabilmente, anche i genitori degli altri studenti che il prossimo autunno inizieranno a frequentare il master della Zhejiang University hanno nutrito le stesse perplessità verso la decisione dei propri figli. D'altronde, nella storia della Cina, la campagna è sempre stata sinonimo di sacrifici, privazioni, povertà e indigenza.
Nonostante le innumerevoli riforme agrarie varate in tre decenni (alcune finite tragicamente per gli stessi contadini), il maoismo non è riuscito a promuovere lo sviluppo delle aree rurali del Paese. E anche lo smantellamento del sistema delle Comuni deciso dai successori del Grande Timoniere, pur avendo portato a cospicui incrementi produttivi, non ha cambiato sostanzialmente le condizioni di vita dei contadini cinesi.
Ma ora, dopo secoli di vane illusioni, le loro prospettive appaiono radicalmente diverse. La riforma varata lo scorso autunno dal Governo cinese, infatti, dovrebbe essere finalmente quella buona. Abbandonati i vecchi slogan della «glorificazione rurale»,
Pechino ha studiato un pacchetto legislativo molto pragmatico, che tramite il potenziamento del welfare, il rafforzamento dell'assistenza medica e il miglioramento dell'educazione, si pone come obiettivo il raddoppio del reddito pro capite dei contadini (nel 2007 era pari a 600 dollari) e l'eradicazione della povertà dalle campagne entro il 2020.
La riforma, inoltre, ha risolto il nodo cruciale all'origine dell'arretratezza delle campagne cinesi: la proprietà della terra. Quest'ultima resta sempre in mano allo Stato ma, in base alla nuova normativa, gli agricoltori potranno godere di contratti di affitto ultra-trentennnali, e potranno cedere a terzi i loro diritti di sfruttamento.
I risultati immediati saranno due: i contadini potranno finalmente investire sulle "proprie" terre, senza timori di vedersele sequestrate per difetto giuridico; in alternativa, potranno vendere i loro diritti sui fondi agricoli e migrare liberamente nelle grandi città.
Più che di una riforma agraria, dunque, si tratta di una vera e propria rivoluzione agraria. Gestirla per Pechino sarà un'operazione delicata e complessa. Per questo motivo, da qualche tempo il Governo non perde occasione per ricordare ai cinesi la necessità di avere delle professionalità dedicate alla grande transizione agricola prossima ventura. Il master lanciato dalla Zhejiang University, che a breve sarà certamente seguito da iniziative analoghe in altri atenei della Repubblica popolare, rientra in questo disegno generale.
«Il nostro fine ultimo sarà arricchire i contadini» avverte Hua Siwei, dimostrando di avere le idee chiare già prima che inizino i corsi all'università. Il Governo cinese, per cui l'affrancamento dalla povertà delle campagne è diventato da almeno tre anni una priorità strategica, desidera esattamente questo. Per una semplice ragione: oggi gli abitanti delle aree rurali sono circa il 60% del totale della popolazione cinese, ma i loro consumi ammontano a solo il 20% del totale dei consumi nazionali.
È evidente che gli sforzi di Pechino di espandere la domanda domestica con l'intento di bilanciare un sistema economico ancora troppo dipendente dalle esportazioni non potranno avere successo senza il contributo decisivo delle campagne. È lì, in quelle sconfinate lande dove, nonostante il boom economico degli ultimi due decenni, centinaia di milioni di persone vivono ancora nella miseria e nel sottosviluppo, che c'è il potenziale per vendere altrettanti milioni di lavatrici, televisori, automobili, computer e telefonini. Prima, però, bisognerà riempire i portafogli dei contadini.
«Il futuro della Cina si gioca nelle campagne», dice con entusiasmo Hua Siwei. Lo studente ha ragione. Ma servirà tempo. La Lunga Marcia dei contadini cinesi verso il capitalismo è solo all'inizio.
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1.200
Dollari pro capite
Oggi un abitante della Cina rurale ha un reddito medio
pro capite di 600 dollari:
la riforma varata lo scorso
autunno da Pechino vuole
raddoppiarlo entro il 2020
20
Per cento
Oggi gli abitanti delle aree rurali della Cina rappresentano il 60% del totale della popolazione,
ma i loro consumi ammontano
a solo un quinto di quelli nazionali

05/05/2009