Mal di lobby sull'export Ue

di Carlo Bastasin

L'epoca del dopo-crisi va affrontata con strategia e non con politiche schiacciate sulle schermaglie giornaliere e c'è da chiedersi se la politica italiana ne sia consapevole. Sarà un'epoca di cui sappiamo ancora poco (e questa incertezza è uno dei problemi) ma che vedrà ulteriormente crescere la necessità di efficienza. Tre sono i punti: la crescita verrà dall'Asia, ma la competizione per i mercati globali sarà più difficile, non più facile, che in passato; perché un paese possa competere deve rinunciare con coraggio a conservare le strutture esistenti e a proteggere le proprie lobby; va trovato un nuovo equilibrio, possibilmente europeo, tra mercato e modello sociale e tra debito e crescita.
Il risultato delle due visite ravvicinate a Pechino di Obama e di Barroso, desiderosi di chiedere una rivalutazione dello yuan, è stato deprimente. Anche la riunione di fine novembre del Politburo a Pechino è stata piuttosto esplicita nell'escludere un serio adeguamento dell'economia cinese al riequilbrio globale. Le previsioni di crescita sono tornate al 9%, ma Pechino è consapevole dei rischi d'instabilità nel proprio sistema sociale e ritiene di poterlo mantenere in piedi solo pedalando a gran ritmo, a costo di danneggiare Usa ed Europa con un cambio sottovalutato.
Tutti noi pensiamo che lo sviluppo di India e Cina sia l'altra faccia del nostro sviluppo: se loro consumano noi esportiamo, se loro producono noi acquistiamo beni a buon mercato. Ma parlando con Montek Ahluwalia, primo consigliere economico del governo indiano, viene un senso di vertigine. Le economie asiatiche si stanno già staccando dal legame con l'Ovest. L'India, che spera di uscire dal 2009 con una crescita tendenziale del 9%, è pronta a sostituire la domanda estera con la spesa interna per autostrade reali e virtuali. Non è quello che tutti desideriamo, il rilancio della domanda interna asiatica? In realtà lo stimolo diretto di una spesa simile sarà tutto interno e per i paesi europei quasi non percepibile.
Può sembrare poca cosa, in fondo l'Eurozona esporta verso la Cina quanto verso la Polonia, meno che verso la Svizzera, un terzo di quanto vende in Gran Bretagna. Eppure, in termini di saldi la zona euro, secondo Eurostat, ha un deficit con la Cina di 58,4 miliardi di euro nei primi 8 mesi del 2009. Senza la Cina la bilancia sarebbe ampiamente positiva. Non solo. Mentre l'export verso gli altri dieci maggiori partner commerciali è sceso del 25%, quello verso la Cina è sceso solo del 2 per cento. Proiettando il ritmo di crescita dell'economia asiatica su dieci anni, il peso del commercio bilaterale con la Cina (e del disavanzo) diventerà decisivo. Ma qui è uno dei problemi. Quasi la metà dell'export della zona euro verso la Cina è coperto dalla Germania (45%), il cui deficit bilaterale è però solo un decimo del totale dell'eurozona. In altre parole, la Germania sta esportando molto di più e soffrendo molto di meno degli altri paesi dell'euro nel rapporto con il vero motore della crescita mondiale.
Il problema della divergenza dei saldi commerciali europei è ben noto. Tra il surplus tedesco e il deficit spagnolo, greco e portoghese c'è un divario che in proporzione è più grave di quello tra Usa e Cina. Ma quello che è meno discusso è che questi divari non derivano dai classici fondamentali dei trend commerciali (politiche fiscali e demografia). A giustificare le divergenze nei cambi effettivi dei singoli paesi (l'euro calibrato in base al costo dei fattori produttivi nazionali) e nelle partite correnti non sono nemmeno i fenomeni transitori di adeguamento all'euro, la convergenza dei prezzi (il classico effetto Balassa-Samuelson) o di divergenza dei cicli economici.
Il problema è negli errori delle politiche economiche nazionali: nella protezione dei fattori produttivi locali, lavoro e capitale, che rappresentano il riferimento del consenso politico. Sono il frutto di politiche retributive che non tengono conto dell'adeguamento dei salari alla produttività o che privilegiano settori specifici (in genere quello pubblico), o di politiche che consentono a imprese o gruppi di imprese (per esempio nella distribuzione o nei servizi locali) d'imporre margini più alti di quelli che ci sarebbero in condizioni di competizione. Si tratta di un problema meno discusso perché va alla radice del protezionismo politico di parte con cui i governi nazionali, in base alle diverse preferenze ideologiche (pro-lavoro o pro-capitale), recintano il consenso delle lobby a costo di rendere meno efficiente il paese o di discriminare gli altri partner. Si tratta di legislazioni nazionali che non incidono direttamente sul mercato dei prodotti e che nondimeno segmentano a monte l'economia europea.
La nomina a commissario europeo per il Mercato Unico di Michel Barnier, annunciato da Sarkozy come il giustiziere del sistema anglosassone, non è, almeno in tal senso, molto rassicurante. Anche l'accordo franco-tedesco sulla disciplina di bilancio restrittiva non è di per sé positivo se non coincide con politiche di sviluppo. Dal punto di vista franco-tedesco c'è la convinzione di potersela cavare senza cambiare molto. Gli ultimi dati sulla disoccupazione tedesca mostrano un calo, mentre il resto d'Europa vede i senza lavoro aumentare (in Italia oltre i due milioni) e nelle stesse ore Parigi aumentava le previsioni di crescita per il 2009, che si dovrebbe chiudere con un calo del Pil di solo il 2 per cento. Meno della metà dell'Italia.
Da dieci anni la Germania sta comprimendo salari e consumi per guadagnare quote di export, anzichè recuperare competitività con un mercato dei servizi aperto alla concorrenza. Non coordinare questa politica socialmente costosa con gli altri paesi corrisponde a una svalutazione competitiva a cui gli altri paesi rispondono solo con un immobilismo conservativo, una soluzione di breve termine che peggiora le prospettive economiche sul lungo termine.
La somma dei valori assoluti degli squilibri delle partite correnti nella zona euro è aumentata dall'adozione dell'euro del 16% all'anno (più del doppio di quello Usa). Le conseguenze si cominciano a sentire nel calo dei flussi internazionali di capitali verso i paesi ad alto debito (pubblico o privato). L'Italia ne sarà colpita a causa del costo del finanziamento del debito pubblico.
Per rispondere a questa grande sfida - sia globale sia europea - sarebbe necessaria una strategia politica intelligente e di lungo respiro. Requisiti che non riesco a vedere nel radar della politica italiana del giorno per giorno.
cbastasin@piie.com
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04/12/2009