Ma sulle rinnovabili Pechino è già la più verde

Marco Magrini
È un problema di somme e sottrazioni. Le somme dell'anidride carbonica emessa dalla civiltà umana che, sopravvivendo nell'atmosfera per circa 100 anni, si è accumulata nell'ultimo secolo alla ragguardevole velocità della crescita industriale. Siccome questo accumulo si è storicamente concentrato in alcuni Paesi – quelli che oggi chiamiamo gli Otto Grandi – fare oggi le necessarie sottrazioni resta diplomaticamente (e politicamente) arduo.
L'anno scorso, la Cina è diventata la nazione che emette più CO2 al mondo, superando addirittura l'America, così ricca e così energeticamente inefficiente. Che la Repubblica Popolare, seduta al sempre più allargato tavolo dei Grandi, si sia rifiutata di assumere impegni per la riduzione delle emissioni entro metà secolo potrebbe sembrare un atto di feroce insensibilità verso i problemi del mondo. Ma le cose vanno viste in prospettiva.
Sul tema dei cambiamenti climatici, la Cina ha cambiato corso da almeno due anni. Ben prima di quegli Stati Uniti che, per bocca dello stesso Barack Obama – architetto e stratega del confronto diplomatico di ieri – «hanno spesso schivato le proprie responsabilità». Il climate change è ormai un chiodo fisso nei discorsi pubblici del presidente Hu Jintao e del premier Wen Jiabao. E la Repubblica popolare – che al vertice de L'Aquila ha assunto impegni di principio, ma senza accettare cifre nero su bianco – ha già varato un piano ventennale per abbassare l'intensità energetica della sua economia, a base di programmi, leggi e investimenti. Non vagamente in coda all'Europa, sin qui paladina della lotta al riscaldamento climatico. Ma più coraggiosamente.
Nell'ingente pacchetto di stimoli fiscali adottato per fronteggiare la crisi, Pechino ha stanziato 440 miliardi di dollari di investimenti per sviluppare le energie rinnovabili, aumentare l'efficienza energetica e adottare tecnologie che consentano di usare le ingenti riserve nazionali di carbone, limitandone però le emissioni di CO2. Anche in termini percentuali, quello cinese è il pacchetto di stimoli più "verde" del mondo.
«La Repubblica Popolare – osserva George Polk, un giovane imprenditore americano che ha lasciato il business per fondare a Londra la European Climate Foundation – ha già un sistema per obbligare le imprese a contenere le emissioni: più un'azienda è energeticamente inefficiente e più paga di elettricità. Non solo: i parametri vengono rivisti ogni anno, in modo da alzare sempre di più l'asticella. E non si tratta di uno scherzo: le autorità cinesi hanno dichiarato di voler incoraggiare il fallimento le imprese che non si impegnano nel perseguire l'efficienza». L'obiettivo, come ci si aspetta dal regime politico cinese, è subito diventato realtà.
«Tutti rammentano che la Cina inaugura due impianti termoelettrici a carbone alla settimana, il che è vero», ha detto al Sole 24Ore Yvo De Boer, il capo della diplomazia climatica dell'Onu. «Ma nessuno dice mai che ne chiude altrettanti, quelli più sporchi e inefficienti, ogni settimana. Se la Repubblica Popolare è il primo investitore in energie rinnovabili al mondo è senz'altro per gli effetti del climate change, che lì si sentono. Ma anche perché a Pechino sanno che la crescita economica non potrà tenere il ritmo, con l'attuale sistema energetico»
Il tasso di crescita della popolazione cinese sta rallentando ed è impensabile che il Paese più popolato del mondo possa tenere per decenni l'attuale ritmo di crescita del prodotto interno lordo. Tuttavia, a Pechino sanno bene che le proiezioni matematiche sul futuro cinese danno un risultato insostenibile. «Il rapporto fra Pil e consumi energetici – dice Zhenhua Xie, responsabile della diplomazia climatica cinese – si è abbassato del 3,6% nel 2007 e di un altro 3,4 nei primi nove mesi del 2008». Resta però il fatto che il primo inquinatore del mondo, arrivato sul podio dopo una rapida ma recente rincorsa, ha dalla sua le cifre sulle emissioni procapite: meno di 4 tonnellate di CO2 per ogni cinese, contro gli oltre 14 dei Paesi Ocse (e gli oltre 20 dell'America).
Infine, la prospettiva storica dell'anidride carbonica non l'hanno inventata i cinesi. Già nel 1992, durante il Summit della Terra a Rio – quando le Nazioni Unite riconobbero per la prima volta il guaio climatico all'orizzonte – venne stabilito il principio delle «comuni ma differenziate responsabilità», che tutt'oggi è alla base del diritto internazionale sul tema. In poche parole, visto che la CO2 si somma su distanze secolari, gli Stati Uniti sono ben più responsabili della Cina. Perché il metro della ricchezza procapite – quel che distingue i Paesi ricchi G-8 dai Paesi G-5 in via di sviluppo – è in realtà il metro del consumo storico di combustibili fossili.
A questo punto, all'atteso vertice mondiale sul clima che si terrà in dicembre a Copenhagen, c'è ancora la speranza che Cina, India, Brasile e Sud Africa accettino di mettere obiettivi numerici alle proprie sottrazioni. E anche che i Paesi ricchi si mettano qualche target di medio periodo, per rendere più credibile quel -80% di emissioni entro il 2050 promesso ieri. La novità è che, con Obama, l'America ha cambiato strada, verso un'economia a bassa intensità di carbonio. La verità, è che la Cina ha già cominciato da un pezzo.
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10/07/2009