MA E' DAVVERO LO YUAN IL PROBLEMA?

MA E' DAVVERO  LO YUAN IL PROBLEMA?

Milano, 13 mag. - Nei giorni scorsi si è tenuto a Washington il terzo round del "Dialogo Strategico" tra Cina e Stati Uniti. Al termine dei lavori, entrambe le parti hanno palesato grande soddisfazione per l'esito dei negoziati, evidenziando significativi miglioramenti sia sul fronte dei diritti di proprietà intellettuale che su quello del protezionismo.

 

È rimasta invece sotto traccia quella che appare essere una questione chiave per gli USA ai fini della riduzione del disavanzo commerciale con la Cina: l'apprezzamento dello Yuan.

 

È giustificata tutta questa attenzione al tema valutario? A mio avviso, solo in parte: la storia recente ci insegna che il disavanzo commerciale degli Stati Uniti è addirittura cresciuto a fronte di una rivalutazione dello Yuan.

 

Gli USA dovrebbero invece preoccuparsi molto di più di altri temi. Faccio riferimento all'impennata dei costi del lavoro in Cina – è prevista una crescita in media dell'80% nei prossimi cinque anni - e la crescente attenzione dedicata dal Governo cinese al tema dell'innovazione tecnologica.

 

In questa prospettiva, è di cruciale importanza per gli Stati Uniti il varo di un piano per il recupero di competitività dell'industria più che la rivalutazione dello Yuan. Guadagni in produttività permetterebbero, in particolare, di controbilanciare l'effetto negativo dell'inflazione importata attraverso l'acquisto di semi-lavorati e componenti cinesi; lo sviluppo di nuove piattaforme di prodotto attrattive permetterebbe all'industria locale di guadagnare posizioni in quello che sta diventando il primo mercato al mondo per numerose categorie merceologiche.

 

La Cina, dal canto suo, ha già definito un deciso cambio di rotta rispetto al recente passato: consolidamento della domanda interna, investimenti in innovazione e crescita delle produttività sono i nuovi mantra del Dodicesimo Piano Quinquennale. E non è da escludere che mentre il "Dialogo Strategico" porterà a un lento miglioramento nei rapporti bilaterali, la Cina inizi a preoccuparsi più che degli Stati Uniti dell'India, la cui economia è prevista in rapidissima espansione.

 

In sintesi: agli Usa servirebbe prendere consapevolezza della necessità di coinvolgere un gruppo di pressione più ampio piuttosto che insistere su un dialogo, che li vede in oggettiva difficoltà. Per la Cina, è sicuramente conveniente gestire la relazione in chiave bilaterale almeno fino a quando non sarà terminato il processo, già in atto, di riconversione di parte delle riserve valutarie in Euro e avranno acquisito agli occhi del mondo lo status di "grande potenza globale".  A quel punto, gli assetti geopolitici potrebbero cambiare di molto.

di Giuliano Noci

Giuliano Noci è Prorettore del Polo Territoriale Cinese del Politecnico di Milano

 

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